I CONCORSI DEL “MANZONI”

2005

 

VINCITORI E TESTI

  

Prosaviva/racconto

Prosaviva/commento critico

Prosaviva/dialogo teatrale

 

Poesia

 

Traduzione dal latino

 

 

CONCORSO PROSAVIVA 5ª EDIZIONE

 

 

Il concorso quest’anno si è articolato in tre sezioni. Le riportiamo di seguito, con i nomi dei classificati:

 

1ª sezione: redazione di un racconto su incipit dato

 

         (la giuria non ha assegnato il primo premio)

         2° classificato: Il rito  di Cesare Santus, 3ª C

         3° classificato: Ancora si parla di lui di Anna Sprocati, 2ª E

         4° classificato: Freddo di Chiara Mazzatorta, 1ª A

         5° classificato: Questa goccia rosa in un lago di inchiostro nero di Cecilia Ferrari, 2ª B

 

2ª sezione: commento critico di un racconto o di una poesia

 

         1° classificato: Anna Zullo, 3ª D

         2° classificato: Maria Beretta, 2ª B

         3° classificato: Claudia Calderoni, 3ª B

         4° classificato: Elisabetta Siragusano, 2ª E

         5° classificato: Elisa Dibisceglia, 2ª E

 

3ª sezione: scrittura di un dialogo teatrale

 

         1° classificato: Stanza 102 di Federica Tarantino, 3ª E

         2° classificato: Socrate e Santippe… 2500 anni dopo di Ilaria Badano, 3ª A

         3° classificato: Verso l’ignoto e oltre di Silvia Robitscheck, 1ª A

         4° classificato: Fuga solitaria di Federico Jachetti, 2ª A

         5° classificato: Dall’inferno non si ritorna di Tommaso Trinchera, 2ª F

 

 

La giuria:

 

Ivan Berni

Alessandro Mazzini

Roberta Ulano

 

 

 

1ª sezione: redazione di un racconto su incipit dato

 

Proseguire a proprio piacere il racconto, utilizzando il seguente incipit di un autore italiano del Novecento. Non superare 3/4 colonne di foglio protocollo. Mettere un proprio titolo.

 

Al bar Esperia, in via Taranto, ancora parlano del Bergamasco. Eppure è passato più di un anno. Se uno dei tanti che all’Esperia ci stanno di casa, come parlando tra sé a un tratto esclama: “Che tipo. Che sagoma” si può scommettere che alluda al Bergamasco.

 

  

I TESTI CLASSIFICATI

 

IL RITO

 

di Cesare Santus (classe 3ª C)

 

 Al bar Esperia, in via Taranto, ancora parlano del Bergamasco. Eppure è passato più di un anno. Se uno dei tanti che all’Esperia ci stanno di casa, come parlando tra sé a un tratto esclama: “Che tipo. Che sagoma” si può scommettere che alluda al Bergamasco. E in effetti aveva una personalità ed un fisico difficili da dimenticare. La stazza era quella di un ippopotamo; gli arti, con le mani tozze e rosee, anche. Neppure il viso faceva eccezione: gli occhietti lucidi e acquosi sprofondati in mezzo a quel faccione lo rendevano proprio simile ad un pachiderma.

 Ormai le sue viste al bar Esperia erano divenute un vero e proprio rito, con regole ed officianti precisi. Non appena il Bergamasco finiva di posare il suo quintale di carne sulla sedia all’ingresso, il barista cominciava: “Allora, Marco – perché è così che si chiamava – niente di nuovo da raccontarci?”. Era una frase stabilita, l’equivalente del segnarsi quando si entra in chiesa, ed aveva il preciso scopo di incitare il Bergamasco a parlare. Non appena quello apriva bocca, tutti gli altri la chiudevano: nessuno avrebbe osato disturbare un così abile affabulatore.

 La dote di Marco, infatti, e per quel che ne sapevamo anche la sua unica occupazione, era quella di raccontare storie. Ne aveva una scorta infinita, e non capivamo mai se le ricordasse al momento o se le preparasse in anticipo: sta di fatto che erano storie bellissime. Parlava di vicende accadutegli quand’era ragazzo durante i suoi misteriosi viaggi in India e in Africa, narrava le sue esperienze nelle miniere del Belgio, oppure di quella volta che in Canada aveva visto da vicino la regina d’Inghilterra…

 Nessuno osava contestargli la veridicità di quei racconti quand’era presente, ma anche tra noi erano in pochi quelli che non gli credevano: metteva così tanti particolari in quelle storie che non poteva esserseli inventati tutti! D’altronde l’età per aver visto tutte quelle cose ce l’aveva – anche se non ho mai ben capito quanti anni avesse.

 Così come l’inizio era sempre lo stesso, tale era la fine del suo narrare. Dopo aver trascinato tutti i presenti, me compreso, nel vortice della sua voce, in una sarabanda di safari, immersioni subacquee o traversate transoceaniche, sul più bello, quando gli occhi di tutti erano fissi sul movimento ipnotico delle sue labbra e poteva capitare che il bicchiere pieno rimanesse intatto, ecco, proprio in quel momento, il Bergamasco scoppiava in una colossale risata. E nonostante finisse sempre così – sempre, giuro – era comunque un trauma improvviso, come se ogni volta fosse la prima.

 Sì, è vero, lasciava la storia incompleta, ma a quel punto non ce ne importava più molto: la sua risata ci aveva riempito, ci sentivamo senza fiato, come dopo un lauto pasto. Penso, anzi, che quello che tutti quanti aspettavamo con ansia non fosse tanto la storia in sé, quanto quel fragoroso scoppio di ilarità.

 Ogni sera, quando, uscito dal bar, riprendevo la strada di casa, il suono di quella risata mi accompagnava e non riuscivo a togliermelo dalla testa. Mi sembrava che contenesse un valore profondo, che fosse l’unica chiave di accesso al segreto che inevitabilmente doveva celarsi dietro a quelle storie. Quella dinamica sempre uguale mi appariva come un rito misterico di cui dovevo necessariamente sapere di più.

 Mi trascinai dietro questo dubbio per molti giorni, finché una sera trovai finalmente il coraggio per avvicinarmi al Bergamasco. Eravamo fuori dal recinto sacro del bar, per cui mi guardò sorpreso, stringendo gli occhi, e il suo stupore aumentò ancora di più dopo che gli ebbi infine esposto i miei pensieri.

 “Che cosa significa la mia risata? Beh, è una risata…voglio dire, quando non so più come finire una storia e voglio andarmene a casa…rido, e voi vi divertite. O no?”

 Improvvisamente mi sembrò tutto molto squallido. Niente segreto, niente rito, niente mistero, solo un narratore da bar senza più voglia o inventiva per finire le proprie storie fasulle. Credo che si accorgesse del disprezzo e della delusione che mi trapelavano dagli occhi, perché lo vidi turbarsi e allontanarsi in fretta.

 Da quel giorno nessuno vide più il Bergamasco al bar Esperia.

 

 

 

 

ANCORA SI PARLA DI LUI

 

di Anna Sprocati   (classe 2ª E)

 

Al bar Esperia, in via Taranto,ancora parlano del Bergamasco. Eppure è passato più di un anno. Se uno dei tanti che all'Esperia ci stanno di casa, come parlando tra sè ad un tratto esclama:

"Che tipo. Che sagoma" si può scommettere che alluda al Bergamasco.

 

Certo, in un anno sono numerosi i nuovi clienti che varcano la soglia dell'Esperia, ognuno con una diversa storia negli occhi, ognuno con il proprio bagaglio di vita più o meno ricco, nutrito e interessante, ognuno con le sue caratteristiche, la sua personalità, regolare o stravagante, tutti diversi e tutti potenzialmente degni di nota agli occhi attenti e curiosi degli abituèe dell'Esperia; numerosi, è vero, ma mai nessuno, per quanto insolito, in grado di eguagliare la figura del Bergamasco.

Quest'uomo "epico" è morto solo un anno fa' eppure le sue imprese sono già diventate leggendari racconti degni di essere tramandati di generazione in generazione. Senza dubbio in ogni paese esiste almeno una persona un pò fuori dal coro, diciamo pure un pò particolare, alquanto strampalata, bè, a Boccatadini questa era il Bergamasco.

Avete presente quegli uomini dei quali è difficile, se non impossibile, stabilire un'età? Ecco/perfetto, così è il nostro eroe. Un anziano non anziano, indefinibilmente indefinibile, fuori da qualsiasi schema o catalogazione. Proprio così è questo Coppi panciuto, protagonista di mille avventure.

E chi se lo scorda il Bergamasco? Tutti lo conoscevano dal momento che con la sua bicicletta era arrivato a Boccatadini partendo da chissà dove e lì aveva trascorso tutto il resto della sua vita, in una casa sulla punta della collina che si dice avesse ereditato da una vecchia zia da poco deceduta.

Niente si sa del suo passato se non che, dato il suo accento, non poteva che essere di Bergamo. Nessuno si è mai interessato per esempio alla sua infanzia, infatti è quasi impossibile immaginarlo bambino o figurarselo con un altro volto e un altro corpo; così e solo così può essere il Bergamasco: con i suoi occhialoni spessi, stile fondo di bottiglia ormai ingialliti, i capelli lunghi e grigiastri raccolti in una coda e lasciati ricadere molli sulle spalle, la sua figura alta e magra ma dotata di uno straordinario pancione da simil-bevitore anche se assolutamente astemio, le scarpe da ginnastica larghe e lunghe e la sua tutina da ciclista, la stessa da anni e anni, di un azzurro ormai tristemente sbiadito.

Chi non lo conosce il Bergamasco? A Boccatadini e dintorni è assolutamente una celebrità.

Ottimo corridore, pochi anni prima aveva quasi vinto la gara annuale ma, arrivato ad un passo dalla fine, aveva deciso di variare il percorso assegnato, improvvisando una scampagnata e abbandonando la pista. Per il pubblico tutto ciò era stato molto divertente e forse anche per lui, ma questo fuori programma lo allontanò dalla vittoria e successivamente anche da tutte le altre gare...troppo noioso seguire i percorsi prestabiliti!

Strano ma vero, proprio come il più mitico personaggio delle storie, anche il suo nome era avvolto nell'ombra. Si dice che fosse Pinin, ma questa ipotesi, seppur molto accreditata, sembra solo frutto di un colorita fantasia.

La frase più frequente con la quale si esordivano i discorsi all'Esperia era : "Indovinate cosa ha fatto oggi il Bergamasco?" E da lì si aprivano una serie infinita di battute, supposizioni e addirittura scommesse tali da coinvolgere e attrarre anche il più disinteressato dei clienti.

Come quella storia della mucca che ha circolato per il paese per circa tre settimane: un giorno, dopo essere uscito presto di casa e aver bevuto per la prima volta un succo di frutta al bar, era stato fuori alcune ore e al ritorno era arrivato seduto sulla sella della sua bicicletta semi- professionale, tenendo una mucca al guinzaglio, la quale, ruminando placidamente, lo seguiva docile quasi fosse l'allegoria della soddisfazione. Probabilmente quel tranquillo animale è stato per un pò uno dei suoi maggiori confidenti.

A proposito di fatti insoliti, come non citare quella volta in cui è entraro all'Esperia ripulito e senza la sua solita tenuta da ciclista, e con molta eleganza ha porto alla Pina, illustre proprietaria del bar, una rosa rossa uscendo subito dopo dal locale senza dire una parola?

Oppure nessuno può scordarsi di quel giorno d'estate in cui, forse accecato dal sole, non ha visto la curva sulla stradina ed è finito dritto dritto nel fiumicello senza neanche staccare le mani dal manubrio della sua bici, ritornando a casa fradicio, con le ruote storte ma assolutamente impassibile.

O quando, dopo aver ultimato una scultura con la neve, ha chiesto a tutti quelli che erano nel bar di uscire e mettersi in posa per una foto-ricordo davanti alla piccola statua di ghiaccio.

Mai nessuno ha potuto vedere il suo sorriso dal momento che, anche quando era felice, si limitava ad esprimere la sua gaiezza suonando il campanello della bici o fischiettando, senza pensarci, graziosi motivetti ritmati.

Era senza dubbio una persona bizzarra ma assolutamente pacifica e per così dire affettuosa, a questo proposito infatti, tutti ricordano l' infinita elargizione di mele e pere che fece in un momento in cui i suoi alberi erano stati particolarmente fortunati.

Tutto del Bergamasco era buffo e inusuale, dal suo viso imperturbabile, al suo corpo strutturato in modo strano, dalle sue parole quasi urlate a causa di quel vocione dall'accento marcato, alle sue azioni spesso senza capo nè coda.

Ma riguardo alla sua persona, tutti concordano su una cosa, che il fatto più strano in assoluto sia stato il suo trapasso. Chissà, forse Pinin si era sentito che era giunto il momento di salutare tutti e perciò in un giorno di sole, aveva inforcato la sua immancabile bici e dopo un lungo bagno al lago si era sdraiato all'ombra di un salice appisolandosi sotto le tese di un cappello di paglia mai indossato prima.

Il giorno dopo era ancora lì, immobile sotto i caldi raggi lievemente attenuati da una leggera brezza lacustre.

Tutto come prima, niente di diverso, eccetto qualcosa di assolutamente nuovo ed inaspettato..un enorme gioioso sorriso sul volto, a metà tra il dolce e il beffardo, quasi a dire "Sono stato bene, grazie di tutto. Addio".

Come non amarlo, non deriderlo teneramente, non ricordarlo? Come non affezionarsi a tanta sana eccentricità in un paesello come Boccatadini, piccolo e noiosamente piatto pari al paesaggio padano?

Sarà forse questo il motivo per cui fiori freschi e profumati non mancano mai di allietare il suo riposo? Questo il motivo per cui tutti lo ricordano e c'è addirittura qualcuno che scrive di lui?

 

FREDDO

 

di Chiara Mazzatorta (classe 1ª A)

 

Al bar Esperia, in via Taranto, ancora parlano del Bergamasco. Eppure è passato più di un anno. Se uno dei tanti che all’Esperia ci sta di casa, come parlando tra sé a un tratto esclama: “Che tipo. Che sagoma.” si può scommettere che alluda al Bergamasco. Qualcuno puntualmente aggiunge: “Che schifo!” e allora a tutti sembra di rivederlo, che spalanca d’un colpo i consunti battenti di ciliegio e irrompe nella tranquilla serata (o vita, che dir si voglia) dell’abituale combriccola del bar, età media cinquant’anni.

Ciao ragazzi! - aveva urlato con voce forzatamente acuta, cercando di mascherare la cantilena del suo accento. E per nulla intimidito dall’atmosfera imbarazzata, continuava giulivo rivolto al barista: -Uno scotch per me barman, uno scotch per riscaldare la serata! - ma il barista, indeciso e visibilmente teso, non si muoveva da dietro al bancone guardava alternativamente il cliente e gli habitués, in cerca di aiuto: che diritto aveva lui di negargli quello scotch? Dopotutto quello era un locale pubblico... eppure c’erano tanti altri bar nella zona, perché doveva venire proprio nel suo ?!... Ma l’avventore, che doveva avere circa quarant’anni, non dava segno di volersi muovere; si era comodamente sistemato su di uno sgabello e con le gambe accavallate e i gomiti sul bancone, si guardava in giro disinvolto, sorridendo a tutti gli sguardi che incrociava. Intanto, lo stupore degli altri si era trasformato in disprezzo, e da disprezzo in ostilità: ne erano capitati tanti di tipi strambi in quel baretto di provincia, alcuni violenti, altri urlanti, altri ancora vomitando e li avevano tollerati tutti facendosi quattro risate... ma quest’uomo, benché tranquillo e anzi amichevole, proprio non lo potevano accettare.

Un uomo robusto, sulla cinquantina, aveva reagito per primo: -Vattene.

Lo sconosciuto si era girato a guardarlo, visibilmente stupito: - Cosa?

Hai capito bene, ti ho detto di andartene -. A quel punto si erano fatti avanti altri: - Sì, vattene, prima che ti mettiamo le mani addosso! Esci di qua, animale!

Un vecchierello gli aveva sputato vicino ai piedi: -Fai schifo!

L’avventore li guardava attonito, senza sapere cosa fare, aveva perso la sua aria allegra:- Hey, ragazzi, calma...- era riuscito a balbettare nella tipica cadenza di chi abita dalle parti di Bergamo. Ma ogni tentativo

di dialogo sbatteva contro l’ottuso muro del pregiudizio, e nessuno era disposto ad ascoltarlo. Uno dopo l’altro gli uomini si alzarono in piedi con aria minacciosa, così si era alzato anche l’uomo, il cui stupore stava lasciando spazio alla paura. I più giovani si muovevano verso di lui, alcuni avevano in mano bottiglie vuote, gli altri si fregavano le mani callose: - Fuori di qua, brutto frocio! L’uomo si era mosso lentamente verso l’uscita, allungandosi nervosamente la minigonna di paiettes sulle gambe, il pavimento, nel silenzio generale, risuc*ava sotto i suoi tacchi a spillo; nei grandi occhi imbrattati di trucco si rifletteva la paura. Aveva raggiunto così la porta, seguito dagli altri che continuavano a ‘gridargli dietro insulti. Frettolosamente era uscito in strada e si era messo a correre sentendo le bottiglie che andavano in pezzi alle sue spalle. La sua chioma biondo platino ondeggiava nel vento gelido della notte, e dell’umiliazione.

 

 

QUESTA GOCCIA ROSA IN UN LAGO DI INCHIOSTRO NERO

 

di Cecilia Ferrari (classe 2ªB)

 

Al bar Esperia, in via Taranto, ancora parlano del Bergamasco. Eppure è passato più di un anno. Se uno dei tanti che all’Esperia ci stanno di casa, come parlando tra sé,  a un tratto esclama: “che tipo… che sagoma..” si può scommettere che alluda al Bergamasco.

Non che mi importi granchè.

Per quanto mi riguarda, non sono mai riuscito a sopportarlo. Non mi era mai capitato prima di incontrare una persona tanto stravagante e  sfuggente , se vogliamo. E’ che non ho mai  accettato di non riuscire a capire nulla di una persona, di non riuscire a coglierne l’identità profonda. Figuriamoci, in un paese tanto piccolo come Zerbolò, dove gli abitanti respirano la semplicità delle loro giornate, tutte uguali una all’altra, tutte trascorse essenzialmente nell’attesa del ritrovo con gli amici all’Esperia, è difficile trovare personaggi di spicco, particolari. Nessuno prova interessi verso qualcosa che non riguardi la propria minuscola quotidianità, e ogni gesto è uguale a quello di ieri e a quello di domani.

L’arrivo di Nicola Bergamasco a Zerbolò ha sconvolto la quotidianità dei suoi abitanti.

Ecco, forse è questo che mi ha dato fastidio di lui. Fino a quel momento ero io a distrarre i frequentatori dell’Esperia, con le mie battute volgari e così mostruosamente prive di senso, urlate dal bancone mentre preparavo Martini bianco per tutti.

Il solo arrivo di una persona nuova porta subbuglio qui; se questa persona poi entra all’Esperia con un paio di pantaloni rosa e i capelli dello stesso colore, il subbuglio diventa molto maggiore, e la notizia di dominio pubblico.

Alla sua entrata si era dipinto stupore negli sguardi di tutti. Ribadisco: stupore , non curiosità. La curiosità verso il nuovo e il diverso è un ingrediente che è sempre mancato da queste parti.

“Desidera?”, avevo chiesto cercando di sfruttare quel certo garbo di cui mi sapevo capace.

“La cosa seccante di questo mondo è che gli imbecilli sono sicuri di sé, mentre le persone intelligenti sono piene di dubbi”, aveva risposto sedendosi a gambe incrociate su uno sgabello accanto al bancone, con impressionante naturalezza.

Indeciso se buttarlo fuori dal mio bar o ribattere, ero rimasto zitto a fissarla con alienato stupore e uno sguardo ebete, come tutti gli altri del resto. Aspirando nicotina dalla sigaretta che teneva in mano e guardandosi in giro aveva continuato: “Sapete chi l’ha detto? L’ha detto Bertrand Russel, uno dei più grandi filosofi degli anni Sessanta. E sapete una cosa, amici, questa frase separa molto bene in due categorie tutto il genere umano”.

Mentre tutti lo osservavano con un sorriso sbalordito stampato in faccia e il bicchiere a mezz’aria, dentro di me mi dicevo che già lo odiavo, mi chiedevo come fosse possibile che quel pazzo spuntasse dal nulla e cominciasse a sragionare nel mio bar, per giunta senza ordinare niente.

“Mi scusi”, chiesi mentre mi accorgevo che il mio tono di voce si stava alzando, come sempre quando ero arrabbiato, “Mi dica cosa desidera o mi faccia il piacere di uscire”.

“Desidero parlare”, rispose sendendosi al tavolo di Franco e degli altri. Li fissò tutti dritti negli occhi. “Perché voi non parlate, vero? Male, è meraviglioso scoprire cosa vuole dire parlare, e a quel punto urlare se stessi per le vie del mondo. No, decisamente, voi raccontate; non parlate. Beh, cari amici, c’è sempre un momento nella vita in cui si smette di raccontare e si comincia a parlare”. Così dicendo si era avviato verso la porta ed era uscito con un mezzo sorriso.

La settimana successiva era tornato, e così aveva fatto per un anno, fino al giorno in cui era sparito nel nulla, proprio come era comparso.

Ogni volta arrivava, stupiva tutti con qualcuna delle sue frasi poco comprensibili e, senza dire né chiedere niente, si tirava dietro la porta e usciva.

“Perché vi chiudete in questa sfera di cristallo infrangibile?” Aveva chiesto l’ultima volta che l’abbiamo visto, camminando per la sala, “Trovo che sia stupido non cambiare mai idea o fidarsi ciecamente solo di se stessi; è sciocco non ascoltare gli altri ed essere pieni di sé al punto da sguazzare nella propria ignoranza. Sono gli eterni scherzi della vita, la vita che spesso ruba a chi è già troppo povero, che fa versare lacrime a chi si meriterebbe mille sorrisi. Uscite da questo bar, dovete capire che chiunque merita di alzarsi alla mattina e sospirare di pienezza al solo pensiero del mondo che gira e si porta dietro lui stesso, al pensiero del proprio ruolo nello scorrere del tempo. Chiunque si merita di trovare la forza di sognare, ascoltare il rumore del mare e il rombo di un acquazzone estivo e di stupirsi di fronte a tutto, osservando il mondo con l’ingenuità di un bambino, per poi guardare in faccia la vita con l’espressione di un adulto. E di viaggiare e scoprire il mondo”.

Così aveva detto ed era uscito per non tornare più, lasciando una strana sensazione di incompletezza tra gli abitanti di Zerbolò.

Di lui nessuno ha mai capito nulla. Di certo sappiamo soltanto il nome, Nicola Bergamasco, letto sulla fotocopia della carta d’identità nel portafoglio che gli era scivolato l’ultimo giorno, mentre camminava per la sala.

 

 

 

 

IL TESTO INTEGRALE DEL RACCONTO

 

Il Bergamasco

 

di Libero Bigiaretti

 

Al bar Esperia, in via Taranto, ancora parlano del Berga­masco. Eppure è passato più di un anno. Se uno dei tanti che all’Esperia ci stanno di casa, come parlando tra sé a un tratto esclama: «Che tipo. Che sagoma» si può scommettere che al­luda al Bergamasco. Oppure, quasi in coro, si sente afferma­re che era un fenomeno, e ognuno mette dentro il discorso (chiacchiere, diciamo, di giovani, chi per vocazione, chi for­zatamente fannulloni) il ricordo di cose che lui, il Bergama­sco, disse o fece. Ma altre ne rammentano che non dicono, pensieri che nascono da quel ricordo, di cui non parlano.

Effettivamente ai clienti che frequentano il bar e la salet­ta, seminterrata, del bigliardo, riesce difficile esprimere il sentimento pungente e imprecisato che il Bergamasco, an­dandosene come se ne è andato, ha lasciato dentro i loro ani­mi. E, tanto per fare un paragone, come se uno vi mettesse in tasca, all’insaputa, un oggetto misterioso, mai visto: qualche cosa di cui non conoscerete mai lo scopo, la provenienza, l’uso. Vi resta, dentro la tasca o sopra il comodino, a inquie­tarvi con la sua forma e la sua destinazione inesplicabili. E se non vi decidete a liberarvene, vi ci fissate. Di questa specie è il ricordo di quel tipo apparso e scomparso, conosciuto sol­tanto col soprannome di Bergamasco. Se Aldo, o Carlo, o Gigi, detto Cannuccia, non avessero di che distrarsi con tan­ti altri pensieri e fantasticherie ci perderebbero - come si di­ce - una rotella. Magari c’è qualcuno che, se sente nominare il Bergamasco, sbuffa e afferma di essere stufo: «Piantatela con il Bergamasco. M’avete seccato. E chi era, poi, ‘sto Ber­gamasco?» Ma si può essere certi che anche lui, per proprio conto, si sarà spesso rivolto quella domanda senza venirne a capo.

Già: chi era il Bergamasco? Un giovanottone che capitò al bar Esperia, la prima volta, un pomeriggio di aprile, sul tar­di. Entrò, grande, grosso, forzuto, vestito soltanto di panta­loni attillati, all’americana, di un camiciotto a quadri rossi e blu e di una cintura spettacolosa, di cuoio nero, come se ne vedono soltanto nei films d’avventure, alta, con borchie e fibbie. Uno poteva anche figurarsi che vi fosse appesa la fon­dina della pistola. Bevve un espresso, al banco, poi un co­gnac, senza fretta, anzi con l’aria di non avere nessuna inten­zione di andarsene presto. Dopo aver pagato, si indugiò an­cora sulla porta del locale; che non è larga anche perché il sor Umberto si ostina a tenervi, su un lato, un vaso grande e qua­drato di terracotta con dentro una pianta tisica, che non si sa cosa sia. Sicché l’uomo dava fastidio, era ingombrante: chi entrava doveva sfiorarlo e poi, immancabilmente, si voltava a guardare alle spalle quel marcantonio, alzando il mento e il sopracciglio come per dire «chi è?». Finalmente, quasi fosse pratico, il giovanotto si diresse verso il fondo del locale do­ve, sul pavimento, si apre la scaletta che porta al bigliardo. Quello che fece, là sotto, nessuno se l’è dimenticato; perché chi ci si arrabbiò, chi si entusiasmò. Si comportò un po’ da fanatico, il Bergamasco; agì come chi si vuoi mettere in mo­stra: per il modo come si intrufolò, anzitutto; offrendo siga­rette, e accendendo una mezza lite che subito scaldò l’am­biente, e poi egli la spense con una barzelletta. Stravinse, sia a carambola che a boccetta. Le biglie pareva gli ubbidissero in un modo che non s’era mai visto («Ci ho il radar in tasca», lui diceva ridendo), e naturalmente Carlo, l’asso dell’Appio-Tuscolano, era verde: ci sformava. Né aveva tutti i torti, Carlo, quando più tardi andava dicendo che quello non era giuoco, piuttosto roba da palcoscenico, da prestigiatore. Il Bergamasco difatti tirava nelle positure più strane: di rove­scio, sdraiato sulla sponda, o appoggiandovi la testa, all’ingiù, e il corpo arcuato, come un lottatore che faccia il ponte. Dava spettacolo, voleva gli applausi. Invece dava sui nervi, e verso le otto uscirono tutti ingru­gniti, chi più chi meno; ciascuno andò a casa propria dove li aspettava la cena e la solita discussione con i genitori, o con il cognato; qualcuno con la moglie; e tutti pensavano al Ber­gamasco. Che venne chiamato così per il fatto che lui, fra tante chiacchiere, di sé aveva detto soltanto che era di Berga­mo.

I primi che rientrarono all’Esperia, dopo cena, lo scorsero poco più giù, alla Pizzeria Bella Napoli: stava mangiando, al­l’aperto nonostante l’aria fosse fresca. Aveva un litro davan­ti a sé, mezzo vuoto, e sempre quell’espressione soddisfatta, di uno che non conosce le difficoltà.

«Sono tutti così, da quelle parti,» disse il Cannuccia che aveva fatto il militare a Piacenza: «Mangiano, bevono e rido­no per niente».

«Fessi,» disse Gigi. «Anche quello là, sembra un dritto, in­vece è un fesso.» C’era in quelle parole, non l’invidia, ma il rancore dell’uomo piccolo nero e nervoso - come era Gigi - contro la gente grossa, chiara di pelle e chiara di umore.

I giorni seguenti il Bergamasco si recò di nuovo a mangia­re alla pizzeria; regolarmente passava gran parte del pome­riggio e la sera all’Esperia. Tutto quel che vinceva andava a finire nella cassa del sor Umberto: caffè per tutti, birra per tutti. Faceva ogni cosa in grande, il Bergamasco, mangiare, giocare, pagare. Così li stregò, li conquistò, come potrebbe fare una bella ragazza facile ma non troppo: che ognuno pen­sa di essere il preferito. I giovani di via Taranto ormai gli si appiccicarono. Erano entrati in confidenza ma non gli ba­stava di star seduti intorno a lui, sul marciapiede («Aria, aria» diceva il sor Umberto e faceva gesti come di chi scaccia le galline: «Sciò, sciò»): parlavano di lui quando non c’era, e concludevano che il Bergamasco era un fenomeno. In tutto. Gigi, ad esempio, va matto per le canzoni e sempre ne fi­schietta qualcuna, o tenta goffamente di rifare la voce dei cantanti della radio e intanto dondola le spalle leziosamente e sospinge in fuori la testa come avesse dinanzi il microfono. E ecco il Bergamasco dimostrargli d’avere in mente tutto il repertorio del Festival di San Remo, con le parole esatte e l’intonazione giusta, con tutto che avesse, al parlare, l’accen­to duro dei settentrionali. Allo stesso modo si intendeva di sport, e faceva capire, senza precisare mai, che era stato qual­cuno: terzino titolare - sembra - in serie B. I motori, le auto­mobili, poi: gli bastava il rumore per capire che cilindrata, che macchina è quella che passa. Inoltre conosceva storielle, minuziosamente oscene, che a Roma, o almeno all’Appio-Tuscolano, non erano ancora arrivate.

Che età potesse avere non saprei dire: forse ventotto, forse trentadue. Rossiccio, di capelli duri, la fronte chiara e gli oc­chi stretti, bei denti bianchi, e una piccola cicatrice sulla fronte. Proprio un bel ragazzo: un fusto, come si dice a Ro­ma. Senz’ombra di malizia bisogna dire che anche per que­sto, anche perché era un bel ragazzo, incantò il gruppetto del bar Esperia: ragazzi più giovani di lui, non certo da buttar via, e magari furbi; però mancava ad essi il piglio, la grinta, quella sicurezza che forse a lui veniva dall’aver girato il mon­do, o magari soltanto l’Italia, che è già qualche cosa. Gli altri c’era voluto il servizio militare per portarli chi a Torino, chi a Palermo.

Quanto al modo come viveva, al mestiere, il Bergamasco faceva intendere di aver guidato autotreni, e che ancora in qualche modo trafficava in trasporti. Gli si credette soprat­tutto perché lui aveva il tipo del camionista: si è abituati a vederne, nel nostro quartiere; la notte in una strada laterale sono in sosta convogli enormi; gli autisti riempiono i locali del quartiere, in certi giorni. Sono tipi così: alti robusti, ru­morosi, con l’accento di oltre Po. Si credette al Bergamasco, il quale oltretutto non stava mai in bianco: cioè senza quat­trini. Facevano fede inoltre delle sue buone condizioni un cronometro d’oro da polso, d’oro anche il bracciale, e un anello con brillante.

Forse proprio a causa dell’anello, nel parlare il Bergama­sco agitava di continuo la mano destra, o, nelle pause, la metteva in mostra, scura e grande, sul piano del tavolino. Dopo una settimana, quella mano si posava ancora più spes­so sul marmo del bancone della tabaccheria attigua all’Esperia e si protendeva - ora distratta, ora intenzionale - verso il braccio di Marisa la tabaccaia: o, per essere precisi, la figlia della tabaccaia. Fu visto da tutti indugiarsi nello spaccio an­che quando c’era la padrona madre, che, anche lei, gli faceva la bocca dolce; mentre lui chissà quali storie o frottole rac­contava circa il suo camion, la sua città, e i suoi progetti. Sembra accertato che dopo qualche giorno di manovre il Bergamasco abbia portato, di sera tardi, Marisa dietro l’anti­co sferisterio, accanto alle mura di Santa Croce; dove ci sono angoli bui e abbastanza comodi. Gigi fu quello che propagò la voce e ci guadagnò un paio di schiaffi da Aldo. La lite non ebbe seguito: troppi si misero di mezzo, e il Bergamasco finse di ignorarla e che lui sapeva niente di niente. Aldo, del resto, non poteva né osava affrontarlo: non era fidanzato con Marisa perché non riusciva a trovare un lavoro, le sue carte era­no negli uffici dell’Azienda Tranviaria, da anni, e un giorno o l’altro qualcuno le avrebbe guardate e giudicato che Aldo Marconi poteva andar bene come bigliettaio. Fino a quel giorno però, sorrisi, mezze parole e basta: la madre di Marisa avendo detto pubblicamente che sua figlia meglio morta che moglie di uno spiantato.

Passavano le settimane, cominciò a far caldo, già si parla­va di andare a Ostia domenica prossima; poi piovve per mol­ti giorni, e dentro il bar Esperia c’era un’aria inquieta. La presenza del Bergamasco cominciava a diventare opprimen­te. Qualche volta accadde che due o tre si mettessero nel ta­volino estremo, sul fondo, parlottando come congiurati. Parlavano di lui; dicevano: «chi crede di essere?». Conferma­vano che era un fanatico. E come mai aveva sempre soldi in tasca? Da dove gli venivano? Ammesso pure che il Bergama­sco era un dritto, dai e dai l’avrebbero preso in castagna. Al­lora uno di loro faceva l’avvocato difensore, difensore d’uf­ficio, tanto per dar sapore alla discussione: che male fa? Compra e rivende. Povero ingenuo. Tu lo sai che cosa fa, do­ve abita, dove stava prima? No. E allora c’è poco da dire: niente è chiaro del Bergamasco. A ogni modo dava sui nervi: bravo, bello, generoso, forte. Non era il caso, proponeva Al­do, di dargli una lezione? C’è tutta una tecnica per un certo genere di punizione collettiva, che si chiama «la cappotta». Gli facciamo la cappotta, e poi? Insomma erano divisi in due gruppi, all’Esperia, pro e contro il Bergamasco, peggio che laziali e romanisti. Tuttavia come lui si avvicinava, tutti zitti: e non erano per niente vigliacchi. Chissà, mancava il motivo vero, o l’occasione.

Col Bergamasco si facevano anche discorsi seri: quei di­scorsi appassionati, e che paiono scettici, di giovanotti che vorrebbero fare, entrare in un giro, uno qualunque; e invece sono costretti fuori dello steccato, e dicono magari che è col­pa dei genitori non averli mandati a scuola. Ma Aldo ha il di­ploma di ragioniere, e aspetta, aspetta di diventare fattorino. In genere tutti aspettano una risposta, mentre riempiono schedine del Totocalcio e ci sognano su.

Aspettare una risposta, significa che uno da mesi, o da an­ni, sta dietro alla speranza di avere un’occupazione; o, se l’ha già, di migliorare, farsi avanti. Ci vuole la spinta: questo è il problema, diceva il Bergamasco, e pareva che potesse darla lui. Aveva un modo di porre certe domande che faceva tre­mare internamente chi le riceveva: «Lo sai condurre un ca­mion?» chiedeva a Gigi; quello rispondeva che aveva la pa­tente di seconda, e il Bergamasco rimaneva assorto come pensasse davvero a sistemarlo. A Luciano porse un taccuino e gli disse: «Scrivimi nome e cognome e indirizzo». Vendeva fumo? Era un imbroglione? Ma che modo di imbrogliare è quello di pagare sempre e di farsela con giovanotti che, al massimo, avevano in tasca tanto da potersi pagare un pac­chetto di Nazionali? Era un tipo un po’ strano: questo sì, ma simpatico.

Durò più di tre mesi questa storia del Bergamasco, che senza parere spadroneggiava nel nostro quartiere, e non se ne poteva più. Anche la simpatia si scrostava lentamente, e veniva allo scoperto il sentimento di essere oppressi. Il Ber­gamasco opprimeva con la cordialità, con una generosità un po’ fuori di posto.

L’ultima sera aveva detto a Lino che si sarebbero visti pri­ma del solito, l’indomani, alle undici, per via del posto che gli aveva trovato. Gli altri li salutò come sempre: «Ciao, ragazzi». Erano le nove, l’ora in cui sarebbe andato alla pizze­ria. Invece non vi andò, né lo si vide più. Ora il sor Umberto afferma una cosa: giura che verso le otto era entrato un cliente, cui nessuno aveva badato, e che lui invece aveva os­servato bene. Aveva ordinato un bitter. Era un tipo piccolo, con gli occhiali, un po’ male in arnese, come certi impiegatucci, ma con un’espressione strana. Bene, costui, secondo il sor Umberto, s’era indugiato a guardare il gruppetto e aveva lanciato una lunga occhiata al Bergamasco, che a sua volta lo aveva fissato, anzi no, aveva sbattuto le palpebre e fatto un breve cenno. «Impallidì, diventò bianco così» dice il sor Umberto, ma codesta è un’assurdità perché dal banco non si può vedere se uno impallidisce, giù in fondo alla sala, nel­l’ombra. Ad ogni modo, ammettendo che i due si siano guar­dati, l’uomo con gli occhiali non si trattenne un minuto più del necessario, né disse una parola. Il sor Umberto non fa che ripetere il suo racconto concludendo: «Me lo ricordo be­nissimo, pagò con un biglietto da cinquecento». E insiste, da quello scemo che è, sulla faccenda del biglietto da cinque­cento come se fosse un particolare importante, la prova di tutte le congetture. Però ammette che il Bergamasco aveva lasciato il locale almeno un’ora dopo che vi era comparso l’ometto.

Torno a dire che al bar Esperia ancora troverete qualcuno che ha voglia di parlare di lui, del Bergamasco. Il sor Umber­to vi ripeterà che l’ometto era uno della polizia, venuto ap­posta per riconoscere l’amico, per tenerlo d’occhio. Già, e perché se l’amico aveva qualche conto in sospeso, non l’ha arrestato subito? Chissà, era solo, forse non aveva la pistola, avrà avuto paura. Questa è la tesi del sor Umberto. «Non sa­pete» dice «che per arrestare qualcuno ci vuole il mandato? Quello, il mandato non l’aveva, ma il Bergamasco ha capito l’antifona e ha tagliato la corda.»

Invece Gigi è di parere diverso: «Per me, al Bergamasco gli hanno fatto la pelle. Ma non s’è mai letto sui giornali un fattaccio che avesse per protagonista o vittima un tipo come il Bergamasco».

         Insomma, non possono dimenticarlo. Se almeno a qualcuno fosse mancato qualche cosa, se il Bergamasco avesse la­sciato un debito, la sua sparizione sarebbe apparsa normale, attendibile, ragionevole. Il sor Umberto quasi avrebbe prefe­rito che il Bergamasco gli avesse vuotato la cassa: se ne sareb­be fatta una ragione. Invece, dopo tanta amicizia, ciao ragaz­zi, come niente fosse e non se n’è saputo più niente.

Marisa, sulla quale si sono appuntate tante indiscrezioni, nei primi tempi, dopo la sparizione del Bergamasco, non mostrò nessuna emozione. Lei era a posto. Non parlava più da tempo col Bergamasco: «Credeva di fare il prepotente con me. Si sbagliava». (Adesso se glielo nominano alza le spalle e dice: «Cosa me ne importa?»). Pare che abbia fatto la pace con Aldo, ora che lui finalmente ha avuto la chiamata dalle tranvie, e sua madre si limita a dire: «Contenta lei...».

 

(da I racconti, Firenze, Vallecchi, 1961, pp. 19-29.)

 

 

 

2ª sezione: commento critico di un racconto o di una poesia

 

Comporre un saggio (3/4 colonne di foglio protocollo) di analisi e interpretazione critica di uno dei due testi seguenti.

 

 

LUCIANO ERBA,  GLI IREOS GIALLI

 

I ragazzi partiti al mattino

di giugno quando l’aria sotto i platani

sembra dentro rinchiudere un’altra aria

i ragazzi partiti alla pesca

con un’unica lenza ma muniti

di un paniere ciascuno a bandoliera

in silenzio ora siedono sul filobus

avviato veloce al capolinea

e il sogno rifanno che Milano

abbia azzurre vallate oltre il Castello

dove saltino i pesci nei torrenti.

Sui prati rimane un po’ di nebbia

la tinca nella sua buca di fango

ricomincia a dormire. Mattiniera

la carpa perlustra attorno ai bordi

di un tranquillo canale. La carpa

è astuta e non abbocca mai,

I pescatori non avranno fortuna. Ma

risalendo i canali e le roggie,

di prato in prato, di filare in filare,

arriveranno i ragazzi dove è fitta

la verzura dei fossi, dove gialli

sono i fiori degli ireos e come spade

le foglie tagliano fresche correnti

sotto l’ombra dei salici.

Arriveranno fino ai fiori lontani

i pescatori senza ventura

i ragazzi in gita nella pianura!

 

 

 

GIUSEPPE CASSIERI, RECITA AL TEATRO ROMANO (1966)

 

Agamennone aveva appena affidato al Messo ciò che gli stava a cuore per Clitennestra (1) quando dalle primissime file si levò un timido zittio diretto ai ritardatari che oltretutto venivano a togliere libertà alle gambe di chi si era permesso di allungarle. «Scusateci, scusateci», diceva il comandante della capitaneria di porto a nome dei familiari mentre l’Atride sollecitava dalla tenda: «Non t’affretti?» e il Messo, nella pelle di un riservista chiamato ad alti incarichi per causa di forza maggiore, non perdeva l’occasione di intrattenersi sul­l’entità della fretta: «M’affretto, sì; il sonno degli anziani è leggero ed essi son pronti ad ogni sussulto».

«Che astro è quella che viaggia nel cielo?»

«È Sirio, mio signore, vicino alle Sette Pleiadi, giusto a metà del cam­mino».

«Non è affatto vero» mormorò il comandante raggiun­gendo i posti numerati a biacca: qualche cuscinetto era stato usurpato e nemmeno la sua autorità, ancorché rivelata, sa­rebbe valsa a farlo ricomparire. «...Non è affatto vero che Sirio sia vicino alle Pleiadi. È un errore elefantesco».

«Euripide non era tenuto ad essere un astronomo» ribattè sommesso il genero.

Poiché il Prologo procedeva lentissimo su un tessuto ver­bale prevedibile, la platea brulicava di bisbigli, di piccoli ru­mori di ambientamento, di ventagli sbattuti contro il petto.Per tutti i sessantaquattro gradoni, tra aggiunti e riattati, pa­reva che gli spettatori non riuscissero degnamente a concen­trarsi, che trovassero spinosi i sedili, insopportabile l’afa e, nell’insieme, più riposante osservare la scriminatura del vi­cino all’altezza delle proprie ginocchia che ciò che succedeva sulla scena. Un po’ di responsabilità era da imputarsi allo stesso regista il quale aveva estrosamente abolito l’intervallo e graduato i riflettori con la “tecnica delle quarantore” ac­cendendo il parco-lampade al Prologo e scurendo via via col procedere delle situazioni. L’azione scenica e la carica emoti­va dovevano “farsi a vicenda” nello spirito dell’estetica ari­stotelica. «Ahimè» gemeva Agamennone, sempre immobile sulla so­glia della tenda. «Ahimè, io ero uscito di senno e son piombato nella sventura.  Ma va’, affretta il tu o passo,  e non cedere alla debolezza dell’età».

Il Messo aveva sporto il piede mancino in dirczione di Ischia, che nell’ideale topografia corrispondeva ad Argo, aveva sbilanciato il corpo smilzo sull’anca come chi stia per prendere la rincorsa, ma intanto non si muoveva dalla locale Marina di Minturno.

«Mi affretto, o mio signore».

«Giungendo a un bivio, guardati attorno badando che un carro non ti sorpassi senza che tu te ne accorga recando su rapide ruote la mia figliola alle navi dei Danai».

«La farò, o Signore».

«Non sederti presso le fonti dei boschi, e non lasciarti prendere dal sonno».

«Non dir tal cosa!»

«Custodisci il suggello che porti impresso su queste tavolette. Va’! Ec­co l’alba che precede l’Aurora... »

« Vado, o Signore».

Un tremito nelle membra del Messo c’era stato, con mug­giti di soddisfazione nelle gradinate: sulla Scaena, priva di so­luzione di continuità fra Marina di Minturno (2) e Marina di Aulide, si era diffuso un aspro pulviscolo di candelotto fu­mogeno. Pulviscolo che smentiva l’Aurora annunziata daAgamcnnone e che comunque significava trapasso di azio­ne; nella cavea, puntualmente, uno dei riflettori aveva esau­rito il suo compito con un distinto clic nell’apparato elettri­co nascosto in mezzo ai pioppi.

«Preziosi ma scomodi questi anfiteatri» sospirò la moglie del capitano di porto sentendo le tenere carni spiaccicarsi fi­no all’osso. L’attempato militare approfittò della pausa del coro per ripulire le lenti del binocolo e affidarsi al piacere di una perlustrazione fuori programma. Il direttore dell’E.P.T. (3) aveva garantito il pienone e non a torto appariva euforico; affaticato ma euforico. Entrava e usciva dalla nicchia che fungeva da bar, si grattava il sottomento, tracannava un’ac­qua tonica e subito si rimetteva in giro con raddoppiato di­namismo per accogliere, ragguagliare, appianare.

«Hanno disertato sia l’onorevole Pica che il questore Bar­bato, a quanto vedo».

«Non ci sono?»

«Non mi pare, ed è grave».

«Ssst» impose la figlia, richiamata dall’irrompere di Clitennestra. L’attrice incedeva sotto la violenza di un riflettore che quasi la faceva brancolare. L’effetto si ripercosse con un moto ondoso sul pubblico e si stabilì quel silenzio verticale che in natura segue o precede una sinistra vibrazione della crosta terrestre.

«Sono uscita dalla tenda» annunciava Clitennestra «per cenare il mio sposo che da molto tempo è assente. La mia soave figliola, tutta in lacnme, manda molti  e vari gemiti avendo udito che il padre medita la sua morte.  Ecco che Agamennone si  avvicina.  Io lo  convincerò  di  empie­tà verso i suoi stessi figli».

Alto e grosso qual era, Agamennone si stava staccando dalla tenda dondolando un poco sulle gambe col suo atroce dilemma, ma senza varcare l’alone luminoso. Uno speciale riflettore dispensava per lui plumbei riflessi frattanto che at­taccava il pezzo della discolpa. Clitennestra, che gli voltava le spalle, drizzò il capo e disse con bel disprezzo: «Eccelse, sì, le tue parole, ma le tue azioni non so come convenga chiamarle... Vieni fuori, o figliola! Tu sai ciò che tuo pa­dre sta per fare. Porta, avvolto nel peplo, il tuo fratellino Oreste...»

Un applauso dapprima a scrosci sporadici, poi a castagno­la accompagnò l’entrata della bionda Ifigenia col piccolo Oreste. Il bambino, un brunetto ricciuto, era così delicato nei passi, così triste e compreso nei suoi panni, da suscitare un interminabile brusìo fra le spettatrici.

«Sì, ma che roba! Una creatura di quell’età mandarla allo sbaraglio in una tragedia greca».

Agamennone implorava a capo chino: «Figlia, perché piangi e non mi guardi più con dolcezza? Perché avanzi con gli occhi spenti e ti copri il viso col peplo?»

Una voce parti dalla cavea: «Assassinooo!»

Dalle ultime file uno spettatore strillò di rimbalzo: «Silen­zio, ignoranti!» e Agamennone ebbe agio di proseguire: «Io non sono schiavo di Menelao, né mi sono arreso al suo volere; ma l’Ellade mi costringe a sacrificarti: occorre che l’Ellade, per quanto sta in te e in me, o figlia, sia libera; e che gli Elleni non siano soggetti ai barbari e vedano da quelli rapite le loro spose…»

Questa volta, un po’ per l’esaltato accento patriottico, un po’ per l’accenno al rapimento delle spose e l’energia dispe­rata che vi aveva infuso, gli applausi investirono lui solo, il re degli Achei. Dopotutto era un padre disgraziatissimo. Là per là neanche le lacrime di Ifigenia e Clitennestra poterono sormontare la cupa simpatia che ispirava l’Atride. Nella cavea l’ultimo riflettore si spegneva sul distico della madre. Le gradinate ripiombarono nel buio e sulla Scaena si ripeté la fumata del candelotto per dar agio alle fanciulle di Calcide di disporsi nell’Orchestra. Anche qui il regista aveva dato fondo alla sua vocazione. Le ragazze sembravano selezionate a un concorso di Miss Europa: tutte di eguale statura e di elastica cadenza espressiva intanto che cantavano:

«Eccooo la vincitriceee... il padre ti attendeee...»

Il capitano di porto che non aveva perduto tempo nel contarle e classificarle, comunicò ai familiari: «Ottantadue!»; e adesso che le fanciulle sgattaiolavano dai ruderi al solo chiarore di qualche lumino nell’erba borbottò: «A momenti ci vengono addosso».

«Uno spot (4) in piena regola non avrebbe guastato» bisbigliò la moglie. «Che bisogno c’era di tenere l’animo sospeso se è stato abolito l’intervallo?»

«E l’atmosfera dove la metti, madre mia?»

Doveva essere quello infatti il colpo maestro del regista: profusa di blu cobalto apparve d’un tratto Ifigenia vicino al­la tenda del padre, preceduta come una fantasima urlante da Clitennestra. La fanciulla sembrava eccitarsi gradevolmente per quel che pocanzi la spaventava; sembrava non solo aver vinto l’idea della morte, ma che le andasse incontro con an­sia e levità: «Non voglio che tu pianga, o madre! E voi, giovanette, in­nalzate un peana ad Artemide figlia di Zeus sul mio destino, e i Danai l’ascoltino in religioso silenzio.  Fate  scorta a me, vincitrici d’Ilio e dei Frigi.  Recate corone... O  pelasgica mia terra, o mia patria, Micene!...»

«Stupendo!» rabbrividì d’angoscia la figlia del comandan­te intanto che il pubblico alle spalle gridava: «Sei fortissima!» e Ifigenia, pronta al suo «fatale andare», com’era scritto nel sunto del libretto, attendeva la fine degli applausi.

«Il nome dell’attrice?» s’informò il capitano con fermezza di ciglio.

«Zegni, Anna Zegni, una sconosciuta».

«Ne ha di temperamento quella ragazza!»

Il pubblico non accennava a placarsi e una voce fuori campo, autorevole e impaziente, si levò: «Andiamo, non è fi­nita, signori!», così che il coro potè ricominciare a frasi alterne per mezzo di ottantadue bocche: «Ecco la vincitrice d’Ilio e dei Frigi che muove verso l’altare dove le cingeranno il capo di corone di fiori... ». Sul proscenio illuminato di greve luce d’esilio le coprotagoniste incrociavano le battute estreme del V episodio: «C’è qualcosa che possa io fare in Argo per darti piacere?» domandava la genitrice.

«Non odiare mio padre, il tuo sposo».

«Verrò io con te» incalzava Clitennestra.

«Tu mai!»

A quel grido impetuoso, quasi non recitato, quasi espresso per la prima volta da labbra umane, sulla scena si era fatto limpido giorno, in una sorta di «recherche» che doveva si­gnificare i ricordi della giovinezza e le primavere perdute. Una velocissima successione di luci, poi di nuovo il buio as­soluto sul coro e sulla cavea e quindi dal folto degli scopeti, nell’attimo in cui Ifigenia avrebbe dovuto essere immolata, un crepitio di fuochi artificiali che inondò il cielo cogliendo tutti di sorpresa e strappando al capitano di porto un irrecu­perabile: «Ammazzalo, e cos’è?!...». Era vero, testo alla mano, che Ifigenia in extremis si salva­va e al suo posto veniva sacrificata una cerva per volontà della dea; vero che un’indiscutibile frattura si apriva nell’o­pera quando lo spettatore, ormai col pianto in gola, non esi­geva che l’atto puro della morte e che se, perciò, salto di cer­va o di quaglia doveva esserci nell’azione, tanto valeva mar­carlo; ma la regia era andata oltre ogni confine libertario introducendo i fuochi della «Premiata Ditta Capozzi», anche perché i fuochi generavano altri inconvenienti. Come quan­do un cane uggiola in aperta campagna e stimola a catena i canili della pianura e delle colline, nell’ampio comprensorio del Teatro Romano s’intrecciarono voci di animali randagi, strida di civette nei ligustri, clacson ingigantiti sull’Appia e da un gagliardo transistor, che poteva essere fuori o dentro il recinto, un motivo dilaniato dalle scariche:

«Sei diventata ne-ra ne-ra ne-ra...».

Invano il Messo raccontava festante a Clitennestra come si fosse svolto il prodigio; invano Agamennone rampava per un viottolo incontro alla moglie per versarle sul seno lacri­me di giubilo: la tragedia era virtualmente finita agli spari; silenziose faville ricadevano negli scopeti.

«O donna» diceva Agamennone «Addio! Solo dopo un lungo lasso di tempo ti rivedrò... »

«Buon viaggio, maestà!» arrivò dall’ultimo girone, senza rammarico di alcuno, intanto che il transistor impassibil­mente ribadiva:

«Sei diventata ne-ra come il carbon».

«Sta’ a vedere che è il rampollo dell’Eppittì che si diverte con quell’ordigno!» disse a voce alta il capitano. «Peccato questa chiusa. Peccato». E soggiunse all’orecchio del genero che era consigliabile prevenire il deflusso, sottrarsi al polve­rone dello spiazzo e guadagnare in incognito l’uscita.

 

 

(1) Si tratta della tragedia di Euripide, Ifigenia in Aulide (dopo il 406 a.C.). Agamennone dovrebbe sacrificare ad Artemide la figlia Ifigenia prima di muovere verso Ilio (Troia), ma dopo varie peripezie Ifigenia viene salvata dalla stessa Artemide: al posto della fanciulla giacerà sull’ara, sgozzata, una cerva.

(2) Marina di Minturno, in provincia di Latina.

(3) E.P.T. : Ente Provinciale per il Turismo.

(4) spot: riflettore.

 

 

 

I TESTI CLASSIFICATI

 

 

 

Anna Zullo (classe 3ª D)

 

La poesia di Luciano Erba, intitolata “Gli ireos gialli”, narra di una scampagnata fuori porta di alcuni amici,  per andare a pesca. I ragazzi, dei quali non viene specificato il numero, si allontanano sul filobus dalla città, Milano, con l’occorrente per la pesca, “un’unica lenza”, e, per il pranzo, “ il paniere a bandoliera”. Da questi dettagli possiamo ipotizzare che l’autore sia nato a Milano, o per lo meno abbia abitato lì,  negli anni del dopo guerra.

La prima sezione della poesia  descrive la partenza dei ragazzi: il poeta insiste su questo concetto attraverso l’anafora ai versi 1-4, i ragazzi “partiti”. Nella sezione finale, invece, si immagina solamente il loro arrivo nella “ pianura”  dove  il poeta spiega che,  anche  se i ragazzi saranno “pescatori senza ventura”, tuttavia potranno godere del meraviglioso paesaggio naturale, descritto in ogni particolare: i “canali” , le “roggie”, i “prati”, i “ i filari”,

 i “ fiori”, le “foglie”, paragonate, con una bella similitudine, alle spade…..

Vi sono alcune differenze tra la parte iniziale ( vv 1-17) e la parte finale 

( vv 17-28); per quanto riguarda l’alternanza di tempi verbali – anche se con alcune eccezioni – nella prima sezione il tempo presente (“siedono”, “rimane”) indica la realtà e la quotidianità della vita in una città come Milano; il futuro della seconda parte (“avranno”, “arriveranno”) è, invece, indice di un’atmosfera da sogno, quasi idilliaca. Qui gli amici, protagonisti della scampagnata, oltre che “ragazzi” divengono anche “pescatori” (i due termini si alternano per due volte), come se il clima extracittadino li trasformasse e li rendesse tutt’uno con la natura.

Alla staticità della prima parte (i “ragazzi” siedono sul filobus in silenzio) si oppone il dinamismo e la vivacità della seconda parte, dove si immagina che i pescatori risaliranno “canali e roggie” e arriveranno “fino ai fiori lontani”.È interessante notare come questa differenza sia evidente anche dal punto di vista stilistico: all’inizio della poesia si snoda un lungo periodo, privo di segni di interpunzione; mentre i periodi conclusivi sono caratterizzati da una serie di pause e di rallentamenti, evidenziati dall’uso delle virgole, e ripetizioni (“di prato in prato”, “di filare in filare”, “dove.., dove”), che conferiscono al testo un ritmo più incalzante, ritmo che diviene addirittura cadenzato con la rima baciata (ai vv 27-28) –unica in tutto il testo- a chiusura del componimento.La  poesia esprime una sorta di rimpianto per una natura “incontaminata”, simboleggiata dagli ireos gialli, che gli amici cercano di riscoprire lontano dalla città. Ai platani di Milano, unico elemento naturale, si contrappone l’infinità di fiori, animali, piante della “pianura”. Il Poeta, rimarcando i particolari naturalistici e ricorrendo al tempo futuro, crea un clima fiabesco ed ottiene una suggestione ed atmosfera irreale, quasi mitica.

Così gli amici realizzano il sogno, come il Poeta scrive,

“che Milano

abbia azzurre vallate oltre il Castello

dove saltino i pesci nel torrente”

 

 

 

 

Maria Beretta (classe 2ª B)

 

“L’attempato militare approfittò della pausa del coro per…affidarsi al piacere di una perlustrazione fuori programma”. Questo è anche il modo in cui Giuseppe Cassieri costruisce il suo racconto “Recita al teatro romano”.

L’autore presenta la messa in scena dell’”Ifigenia in Aulide”, ma in verità la storia che racconta è un’altra.

Se leggendo le prime righe infatti ci si trova spaesati, non riuscendo a capire la situazione, presto ci si accorge di trovarsi nel mezzo di due narrazioni: la tragedia sul palco e le “commedia” del pubblico.

Il narratore, che è esterno, sposta continuamente l’attenzione da ciò che succede sul palco al pubblico, che descrive con molta attenzione, tanto che esso diventa la parte preponderante della narrazione mentre sul palco scorre la tragedia.

Sin dall’inizio l’autore infatti passa bruscamente dal descrivere ciò che avviene sulla scena allo “zittio diretto ai ritardatari”,che si leva dalle gradinate,e così prosegue per l’intero racconto,descrivendone ora l’atteggiamento annoiato durante il prologo ,ora quello commosso di fronte alla comparsa di Ifigenia,ora le voci che si levano durante il dialogo tra Agamennone e Ifigenia a sostengo dell’uno o dell’altra.

L’autore non si limita a descrivere il pubblico come “massa”, ma mette a fuoco singoli spettatori, che finiscono per affiancare i personaggi della tragedia.

Sono persone autorevoli, come il capitano di porto o il direttore dell’Ente provinciale del turismo, che forniscono “quadretti” divertenti simili allo zoom della telecamera (o del “binocolo”) dell’autore sul pubblico. Vediamo infatti i commenti saccenti del capitano sull’inesattezza delle indicazioni astronomiche e le lamentele della moglie sulla scomodità dei sedili o sulle scelte registiche.

Ampiamente descritti sono gli effetti scenici che scandiscono il ritmo della tragedia, come i candelotti fumogeni al cambio di scena e i fuochi che concludono la scena più drammatica.

L’azione sul palco viene raccontata attraverso i dialoghi testualmente riportati,ma anche gli stessi personaggi della tragedia subiscono una sorta di “sdoppiamento”;se nei dialoghi ci viene mostrato il personaggio della tragedia euripidea ,da alcune osservazioni dell’autore si può intravedere l’interpretazione che l’attore fa del personaggio: è ad esempio il caso di Agamennone,spietato nel dialogo con Ifigenia ma goffo e impacciato all’ingresso sul palco.

Queste osservazioni appartengono anche al pubblico, di cui l’autore descrive dettagliatamente le reazioni di fronte alla rappresentazione (come all’ingresso di Oreste o di Ifigenia).

La descrizione, particolareggiata e realistica, del pubblico e della sua “catarsi” rende possibile anche una sorta di “catarsi del lettore”: se il pubblico si immedesima ora con Ifigenia,ora con Agamennone,il lettore si immedesima totalmente con il pubblico.

La storia raccontata finisce per essere quella del pubblico che passa così a essere il protagonista,mentre il lettore diventa pubblico di un doppio spettacolo.

 

 

 

Claudia Calderoni (classe 3ª B)

 

Nella poesia “Gli ireos gialli” Luciano Erba accompagna nella sua descrizione alcuni ragazzi milanesi in gita a pescare.

Fin dall’incipit la composizione è permeata da un’atmosfera serena e solare. E’ rilevante come, già nei primi tre versi, il poeta dimostri immediatamente la propria abilità pittorica, preoccupandosi da subito di tracciare le linee principali della cornice di contorno: rappresentata da una breve descrizione di due soli versi, si ha l’impressione che essa delimiti il soggetto dell’azione anche esteticamente, per la scelta della forte posizione iniziale dei termini in anafora.

Nella descrizione del mattino di giugno, non ancora così caldo e afoso come prospetta di diventare nel corso della giornata, l’autore si cura di creare per il proprio lettore uno spazio chiuso e privilegiato, quasi preoccupandosi che non indulga al desiderio di divenire egli stesso parte integrante della poesia.

Preferisce che rimanga totalmente immerso in quell’aria mattutina, fresca e vitalizzante, capace di accendere di colore la natura, già precedentemente irradiata dal riflesso del “giallo” del titolo.

I ragazzi seduti sul filobus, mentre attendono l’arrivo a destinazione, sono trascinati dalla propria immaginazione, che chissà quante altre volte li ha colti, a sognare nuovamente di abitare in una Milano immersa nella campagna e in una natura infinitamente estesa. E ugualmente senza confini, si apre davanti agli occhi del lettore il pensiero sognante dei ragazzi, ed invita ad addentrarsi magicamente in una mente, la quale, pur spaziando in un sogno fantastico, non abbandona mai la propria lucidità: la nebbia milanese rimane un po’ attaccata pur ad un’idea che vola liberamente verso luoghi immaginifici.

La consapevolezza che la propria intenzione di pescare non avrà fortuna, non frena la vitalità e l’euforia dei ragazzi, che, nonostante non vengano minimamente accennate, sono perfettamente visibili al lettore e traspaiono, rinchiuse forse all’interno dell’aria stessa (vv.2-3).

Il libero fluire della fantasia dei giovani protagonisti stimola, dunque, anche quella dei loro spettatori: come, infatti, non immaginare le corse sfrenate tra i campi di grano, l’uva e i filari portatori di frescura e sollievo sui capi e i corpi dei ragazzi accaldati dal sole estivo? Come non sentire le risate fragorose di chi si rotola fra gli ireos gialli e si riposa poi all’ombra dei salici tra le brezze del vento tardo primaverile?

Così, infine, non può mancare al lettore, terminata la lettura della poesia, un conclusivo sospiro, ridestandosi sognante e un po’ malinconico di fronte ad una realtà tanto diversa, dopo aver, tuttavia, potuto assaporare fino in fondo un’emozionante gita in pianura all’interno della propria giornata, magari davvero immerso nell’afa e nel caos milanese.

 

 

Elisabetta Siragusano (classe 2ª E)

 

Il racconto descrive la rappresentazione di una tragedia greca ai giorni nostri.  Si possono distinguere due dimensioni che si intrecciano: la tragedia e la realtà, rappresentata dagli spettatori. I dialoghi del dramma si alternano a quelli delle persone che vi assistono . Il linguaggio aulico degli attori contrasta con quello semplice del pubblico.

Proprio quest’ultimo è il protagonista: l’autore infatti si concentra proprio sull’impatto che il dramma ha sugli spettatori, che sono ben diversi da quelli per cui è stato scritto e lui stesso descrive la situazione con un atteggiamento decisamente distaccato dalla vicenda rappresentata, un po’ per sottolineare rincolmabile differenza tra le due dimensioni, un po’ perché è la seconda, quella reale, l’oggetto della sua attenzione. Gli spettatori vengono descritti non negativamente, ma almeno in tono comico perché non sono in grado di entrare in rapporto col dramma nel modo più adeguato. L’autore sottolinea anche gli ostacoli invalicabili dovuti al cambiamento d’epoca, ma è soprattutto chi guarda a non essere in qualche modo all’altezza. Gli spettatori non solo non riescono a immergersi nella vicenda, ma non riescono nemmeno a identificare gli attori coi personaggi: la realtà ha sempre il sopravvento sul dramma oscurandolo e penalizzandolo. Forse in un solo punto qualcuno riesce a staccarsi dal mondo reale e lo esprime gridando «Assassinooo!» al personaggio di Agamennone, ma viene subito bollato come ignorante.

Però secondo me l’autore, sottolineando l’ambiente diverso, gli errori della regia e le nuove tecnologie che modificano per forza il modo di recepire la vicenda, quasi giustifica l’atteggiamento degli spettatori:  è inadeguato, un po’  ridicolo, dal punto di vista di chi legge il racconto, ma non condannabile. Sembra una sorta di rassegnazione al fatto che non ci può essere una perfetta sintonie tra le due dimensioni.

Di certo il teatro ha per gli spettatori odierni, o comunque per quelli del racconto, un valore diverso da quello che poteva avere per quelli originari: si tratta solo di svago. Per questo ogni occasione è buona per distrarsi e per questo la rappresentazione descritta non è un totale fallimento: la società è cambiata e così anche il senso e lo scopo del dramma. Le emozioni e il coinvolgimento, se ci sono, durano solo il tempo della rappresentazione, non lasciano impronte sul pubblico, ma questo è visto come un fatto normale.

Nonostante quindi una sottile amarezza che l’autore esprime con l’aspetto comico della sua narrazione, credo  che  egli no faccia una critica del mondo moderno;  semplicemente esprime la propria consapevolezza sullo stato delle cose.

Il messaggio che ho colto è che le cose cambiano, se in meglio o in peggio ha poca importanza, quello che conta è che i rapporti tra realtà e finzione (ma si può accordare questo a molti altri ambiti) nel passato e nel presente non saranno mai gli stessi ed è sbagliato aspettarsi che possa essere così.

 

 

 

Elisa Dibisceglia (classe 2ª E)

 

Milano dalle “azzurre vallate” e Milano con i filobus che si inseguono in un reticolo di vie così sconfinato da nascondere la verzure dei fossi e i prati ancora addormentati, nelle ore mattutine, al di là del manto stradale: l’una è la mera utopia di un pugno di ragazzi, l’altra è la realtà metropolitana riconducibile a ogni centro urbano coinvolto in un processo di espansione territoriale che ha divorato la natura circostante.

I ragazzi partono nella mattina di un caldo giugno milanese, ma di più non sappiamo. Infatti l’intero componimento di Luciano Erba pare ammantato di una indeterminatezza spazio-temporale. L’evasione di questi giovani dall’asfalto per rifugiarsi nella natura silenziosa può essere l’anelito di ragazzi di ieri come di oggi, desiderosi “di risalire canali e roggie di prato in prato, di filare in filare” fino ad arrivare ai “fiori lontani”, gli ireos gialli, emblema della pace insita nella campagna laddove è ancora possibile godere lo scroscio delle fresche correnti e pescare in un tranquillo canale le carpe agli albori del giorno, quando Milano è assopita e dimentica della frenesia quotidiana.

I versi si susseguono senza rispettare un andamento metrico–sintattico lineare, dovuto ai frequenti enjambement che tendono a conferire un ritmo continuativo al componimento in cui gli elementi paesaggistici di questa sorta di locus amoenus, siano essi animali o piante, sono posti in rilievo a inizio o a fine verso, per sottolineare la centralità dell’ambiente circostante per i ragazzi in gita nella pianura.

Analizzando in chiave diacronica il componimento, il ricovero nella natura e l’estatica contemplazione della medesima quasi in chiave onirica (verso nono: “e il sogno rifanno”) è una tematica cara alla tradizione precedente, attribuibile in particolar modo alla poetica dei Romantici, come Wortsworth, oppure il Pre-romantico Blake, il quale denuncia il degrado di Londra, che solo nella quiete mattutina svela il suo splendore.

A Luciano Erba non interessa tanto il fine più immediato sul piano denotativo che si sono prefigurati i ragazzi partiti da Milano (il partire viene sottolineato dalla ripresa anaforica dell’espressione “I ragazzi partiti” nei versi 1 e 4), infatti l’autore ci rivela che la loro pesca sarà infruttuosa a causa dell’astuzia della carpa. Sul piano esemplificativo, invece, la partenza taciturna rappresenta la brama di immergersi in una nuova dimensione estraniandosi dalla quotidianità di Milano – presentata nel nono verso e in posizione simmetrica nel decimo attraverso uno dei monumenti per antonomasia del capoluogo lombardo, il Castello – , desiderio riprodotto in maniera ancora più vivida dall’espressione ai versi 7 e 8 “sul filobus / avviato veloce al capolinea”, con evidente enjambement.

La fortuna di questo componimento, a mio avviso, si fonda sulla minuta descrizione paesaggistica di una natura rigogliosa, capace di suscitare nell’animo del poeta e dei ragazzi-pescatori sentimenti di libertà e di evasione in mezzo a sterminati filari che arrivano là dove non può la vista umana.

 

 

 

 

3ª sezione: scrittura di un dialogo teatrale

 

L’allievo componga un breve testo drammatico, che non superi il limite di tre/quattro colonne di foglio protocollo, recante un titolo inerente alla sceneggiatura sviluppata. L’argomento del testo sarà una partenza (viaggio, fuga, esilio, ecc.) di cui i protagonisti discutono. Il registro può essere sia comico che tragico. I personaggi coinvolti devono essere non meno di due.

Tali personaggi possono essere di mera fantasia, oppure risultato di una rielaborazione di personaggi storici realmente esistiti.

La contestualizzazione spazio – temporale (che deve essere esplicitata mediante didascalia) é a scelta del candidato: sono ammesse scene sia in interno che in esterno. La vicenda può svolgersi sia nella contemporaneità sia nel passato storico, prossimo o remoto (storicizzazione della vicenda).Il linguaggio adottato dovrà, ovviamente, essere adeguato al registro scelto.

 

STANZA 102

 

di Federica Tarantino (classe 3ª E)

 

 

Periferia di Londra. Clinica psichiatrica “Ferguson”. 1996. Una ragazza entra di soppiatto nella stanza 102.

 

Carol:    Finalmente sei arrivata. Presto, nasconditi nel mio letto. (dice con un sussurro)

Sandra:  Arrivo adesso perché dovevo aspettare l’ora della medicina.

Carol:    Pillola azzurra o pillola bianca?

Sandra:  Oggi azzurra, non chiedermi il perché…

Carol:    Sandra, non l’hai ingoiata vero?

Sandra:  Certo che no. Spero di riuscire a fingere di essere sedata anche domani. Sono davvero        agitata, Carol, sul serio, credi che ce la faremo?              

Carol:    Sandra smettila.

Sandra:  Ma…Hai visto cosa hanno fatto a Susy e Catherine l’anno scorso?! Susy ora non                cammina più… (le si spezza la voce)

Carol:    Sandra, sei dei nostri o no?

Carol sembra molto seccata, ma in realtà cerca solo di mascherare la paura

Sandra:  Sì Carol, sono qui da troppo tempo.

Carol:    Bene allora il piano è questo:

Carol toglie dal vaso i fiori che le aveva portato Stephen, il suo fidanzato. Attaccato al gambo del tulipano c’è un elastico che racchiude una piccola scatola nera, di plastica dura

(Sandra la guarda con aria interrogativa)

Carol:    Questa è la nostra salvezza. (Bisbigliando)

Carol non riesce a nascondere l’eccitazione

Carol:    Domani tu hai la seduta con il dottor Brown? Vero?

Sandra:  Sì, dalle 8.30 alle 11.00.

Carol:    Ok, devi mettere una di queste nel suo caffè. (aprendo la scatolina)

Sandra:  Perché al dottor Brown?

Carol:    Perché da quell’ala dell’edificio è più semplice uscire, vedi… Mi ha detto Stephen che al        custode del cancello 5… beh, insomma ci pensa lui… Capito?

Sandra la guarda in preda al panico ed inizia a scuotere la testa, ora è seduta sul letto. Le coperte sono per terra

Sandra:  Carol… (Salta su e dice con un filo di voce) – Carol, io non posso…

Carol:    Sì che puoi…

Carol la nasconde sotto le coperte del suo letto

Sandra:  Ma come faccio?

Carol:    E’ semplice: appena entri fingi di non sentirti in forze, vedrai che lui ti farà sdraiare sul                   lettino e consulterà la tua cartella appoggiando la tazza sul tavolino.

Sandra:  Ma come fai a saperlo? E ad esserne sicura…

Carol:    Lo so e basta. (la interrompe seccamente) Sono qui da sette anni ed ormai ho imparato    a conoscerli tutti… Lui è un uomo abitudinario; anche se è uno psichiatra si sente

              rassicurato a compiere sempre gli stessi gesti.

Sandra:  E tu cosa farai?

Sandra non riesce a nascondere la sua preoccupazione

Carol:    Io domani ho il gruppo; ma non preoccuparti, troverò il modo di assentarmi un attimo…        Tanto sono nella sala C24

Carol:    Entro le 9.15 il dottor Brown sarà per terra. In quel momento io arrivo.

Sandra:  E poi come faremo a scappare?

Carol:    Ho già allentato le viti del condotto d’aria…Tu comincia a svitarle, io arriverò subito.

Sandra si allontana da Carol, lentamente sposta le coperte e la fissa con attenzione. Sandra non sembra convinta

Sandra:  No…

Carol:    Sì…

Carol le mette una mano sulla spalla e le sorride rassicurante. Ma Sandra ha capito tutto

Sandra:   Tu sei una di loro, vero? Dimmi la verità… Sei una di loro, una di loro! Volevi         incastrarmi! (Sandra è fuori di sé)

Carol:    Sandra rilassati, non dire sciocchezze

Sandra:  Noo… (Sandra grida)

Sandra:  Non riuscirai a fregarmi…

Carol si alza in piedi. Tira fuori dal cassetto una siringa di sedativo

 

Sipario

 

 

 

VERSO L’IGNOTO E OLTRE

 

Di Silvia Robitschek (classe 1ª A)

 

Presentazione dei personaggi:

Luciana: madre di Viola, ex moglie di Michele. Donna bella, sorridente, solare, che porta sul viso i segni di un’esistenza non sempre facile, provata da scelte difficili e sofferte dedicate ad altre persone.

Michele: la sua è un’esistenza incerta. Un’anima irrisolta in un corpo di cinquantenne.

Viola: ormai diciottenne, ma comunque incapace di accettare la separazione dei suoi, che rivive come un percorso di incertezze, paure e mancanze da parte sua.

Ambientazione: la prima parte del viaggio si svolge in una vecchia Panda che oscilla tra i 60 e i 75 Km/h, la seconda su una Mercedes SLK completa di navigatore satellitare.

 

Viola scende velocemente la scale, sperando di non rivedere mai più i vicini, facce di bronzo, e sbatte con noncuranza lo zaino sulla vecchia Panda, dove Luciana l’aspetta.

Luciana, con un sorriso che tradisce un preludio di nostalgia: - Guarda che con la mitica Panda dobbiamo arrivare per lo meno fino a Roma, dove tuo padre ci aspetta.

Viola che ha sempre provato una certa insofferenza nei riguardi della madre, con la quale vive sola da dodici anni: - Mio padre, tuo ex marito.

Luciana: - Ancora con questa storia? Comincio a pensare che non l’accetterai mai!

Il viaggio inizia, la vecchia Panda supera lo stop in fondo alla via e si dirige all’imbocco dell’autostrada. Viola guarda fuori dal finestrino, con uno sguardo che sembra voglia incenerire la strada per un possibile ritorno.

Luciana: -Non so se questa sia la decisione migliore. E’ pericoloso.. Sei sola.. Potresti finire nei guai.

Viola: - Smettila mamma. Ormai ho deciso. E poi siamo nel 2005, molte donne viaggiano sole. Ma soprattutto la solitudine a me non spaventa.

Luciana: - Cosa vorresti dire?

Viola: - Sai benissimo a cosa mi riferisco.

Luciana tace, finge di leggere i cartelli autostradali. Viola abbassa il sedile, si sdraia e si copre gli occhi con un cappello. Passano lunghe ore, poi Luciana, come se ripercorresse con il pensiero gli ultimi anni della sua vita comincia: - Non so cosa ho sbagliato con te. Avrei voluto proteggerti da una vita a cui di fatto ti sei affacciata troppo presto. Ancora ricordo i tuoi occhi di bambina.. così grandi e ingenui, ma allo stesso tempo così severi.. allora io ero tutto per te. Poi.. poi qualcosa è cambiato.

Viola interrompe: - E tu sai cosa. Non ho mai capito perché ti sei comportata così.. rovinare un matrimonio.. per cosa poi?

Luciana sorvola la precisa allusione della figlia: - Il mio errore è che ho amato la vita, nelle sue mille sfaccettature. Ho amato ogni singolo momento, impulso.. ho vissuto con il sorriso seguendo la voce del cuore. E non ne sono pentita. Credo che amare voglia dire vivere. E non smetterò mai di farlo.

Viola, sebbene sconcertata dalle parole della madre, non demorde: - Potevi amare la vita.. e papà.

Luciana: - Tuo padre ama solo se stesso, la macchina e il lavoro. Non sa amare.

Viola sempre più saccente ( non accetta che le si tocchi il padre): - Non pensi che sia presuntuoso dire che non sa amare solo perché non ha amato te?!

Luciana tace. Finge di non essere stata ferita dalle parole taglienti della figlia, poi riprende: - Credo che non smetterò mai di amarlo.. perché?.. beh.. lui mi ha regalato te.  Smette per un attimo di parlare, accarezza i capelli riccissimi della figlia, poi torna con l’attenzione sulla strada - ed è da quando ho te che so amare.

Viola non si gira, ma apre gli occhi. La madre continua: - E’ per questo che ho paura a farti partire. Ma è giusto che tu vada. Chi ama sa lasciare andare la persona amata. Sei molto più coraggiosa di me.

Viola si mette a sedere, e per la prima volta si rivolge con sincerità alla madre: - Dai, smettila. Non ci vuole un gran coraggio per partire. Il coraggio ci vorrebbe per restare.. ma non ne posso più di questa vita. Vado avanti perché è questo che gli altri si aspettano da me. Do sempre il massimo, m’impegno, stringo i denti. Ma è questo esser felici? Da quando papà se n’è andato faccio di tutto perché voi siate fieri di me, e guardandomi con orgoglio capiate che tutto può ricominciare. Ora basta, per la prima volta prendo una decisione solo per me. Voglio lasciarmi tutto alle spalle, dimenticare le lacrime di questi anni.  Viola guarda la madre cercando comprensione, e abbassando il tono di voce sussurra: - Ti prego.. cerca di capirmi..

Arrivano al casello autostradale di Roma. Nell’ area di servizio una mercedes grigia con il finestrino abbassato e un braccio proteso fuori che sorregge nervosamente un sigaro marca Garibaldi. La Panda si ferma a una ventina di metri.

Viola: - Ecco papà.

Luciana: - Da tesoro, vai. Tanto sappiamo tutte e due che non scenderà.

Viola: - Ok. Ehm.. grazie per il passaggio, so che avevi molto da fare in negozio.

Luciana: - Ti pare? Il negozio aspetterà. Ti voglio bene.

Viola scende, prende lo zaino, e quando è sicura che la madre non la possa sentire, asciugandosi una lacrima furtiva sussurra tra sé: - Anch’io mamma.

Tutte e due si sentono più sollevate, sicure, felici. Dopo tanti anni di vita comune si sono finalmente ritrovate in quello che probabilmente sarà un addio. Ma addio non vuol dire perdere una persona, se questa rivive dentro di noi con il sorriso.

 

Viola sale sulla macchina con un sorriso marcato. Il padre in tutta la sua misteriosità è sempre stato idolo segreto, sogno proibito più volte rinnegato, modello sospirato.

Michele: - Stai attenta, mi sporchi i sedili!

Viola: - Ah sì, scusa.  Con un tono squillante riprende: - Ciao papà! Come stai? Saranno due mesi che non ci sentiamo!

Michele sbuffando: - Sono stato occupato.

Viola: - Sì, non importa, so che sei sempre molto preso. Ho passato la maturità.. ah e ti ho detto della patente?

Michele guardando nello specchietto retrovisore: - Già. Brava.

Viola: - …

Passano lunghe e silenziose ore, i minuti scivolano via insieme al sorriso che illuminava il viso di Viola.

All’improvviso Michele: - Proprio non capisco perché ti sei arresa ora. Avresti potuto frequentare le  facoltà più prestigiose, combinare qualcosa nella tua vita. Ma sei come tua madre. In più sono indietrissimo con il lavoro e di certo quest’ennesimo contrattempo non mi aiuta.. Ma figurati, non sei mai riuscita a fare niente da sola. Probabilmente tra due giorni mi telefonerai con addebito al ricevente supplicandomi di venirti a prendere.

 

Michele arresta l’auto, sono arrivati a destinazione. Viola incapace di rispondere scende dalla macchina e in lontananza vede il mare. Non si gira indietro, finalmente ha deciso: non tornerà più. Forse il vero viaggio è stato proprio questo. Per andare avanti e affrontare il futuro si deve aver compreso il passato.

 

Mentre Michele ascolta i messaggi della segreteria dirigendosi in ufficio, Luciana guarda il suo negozio di fiori dall’altra parte della strada. I fornitori già si affollano impazienti. Davanti a lei il semaforo è verde: Luciana preme l’acceleratore verso un ignoto illuminato dal sole.

 

 

 

SOCRATE E SANTIPPE… 2500 ANNI DOPO

 

di Ilaria Badano (classe 3ª A)

 

Atene, sabato 5 giugno 2004 – casa di Socrate e Santippe ore 17 circa

 

Santippe: “Dai tesoro, andiamo al centro commerciale.”

Socrate  : “No, oggi è sabato, voglio dedicarmi alla lettura.”

Santippe: “I libri, i libri e ancora libri!! Non ne posso più della tua sconfinata passione per la  lettura!”

Socrate  : “Ma lo sai che è più forte di me …”

Santippe: “Certo che lo so, ma una moglie spera sempre che il marito cambi. E dai! Su! Accompagnami, ci sono i saldi… E poi dobbiamo passare in agenzia viaggi, bisogna programmare le vacanze estive… Io quest’anno non ci rimango ad Atene. I nostri vicini l’anno scorso sono andati a Roma e ogni anno mi raccontano dei loro meravigliosi viaggi … E io invece non ho mai niente di cui parlare con loro. Dai! Alzati!”

Socrate : “Aspetta, aspetta… Ho quasi finito questo libro e sono curioso di leggere la conclusione:”

Santippe (strappando il libro di mano al marito e tirandolo per un braccio): “ Smettila, dai! Andiamo … Il libro resta qui, mentre l’agenzia chiude… Scoprirai quando torneremo come va a finire.”

 

In agenzia viaggi, sfogliando depliants e cataloghi

 

Santippe: “Guarda, Socrate, che bei villaggi… Non hai già voglia di partire?”

Socrate  : “Tesoro, lo sai che faccio molta fatica ad allontanarmi da Atene, non potremmo rimanere qui quest’anno?”

Santippe: “ E’ tutta la vita che non ci allontaniamo da Atene …”

Socrate  : “E la casa? Chi controllerà la casa?”

Santippe: “Mi sono premunita: giovedì vengono i tecnici per montare l’antifurto.”

Socrate  : “E il giardino, le nostre piante?”

Santippe: “C’è Filippo, il portiere…”

Socrate : “E tutti i ragazzi che rimarranno ad Atene? Si annoieranno, se non potranno ascoltare i miei pensieri… E magari dimenticheranno tutti gli insegnamenti che hanno acquisito finora…”

Santippe: “ Sopravviveranno senza di te… Poi quest’anno ad Atene ci sono le Olimpiadi … Avranno altro da fare che ascoltare i tuoi vaneggiamenti …”

Interviene l’agente di viaggio, stanco di sentirli discutere: “Potrei consigliarvi io una meta?”

Santippe: “Oh, sì, Volentieri!”

Socrate  : “Sentiamo.”

Agente  : “Mi pare di aver capito che suo marito non vuole allontanarsi molto, allora, per quest’estate posso suggerirvi un favoloso soggiorno a Mikonos…”

Santippe: “Per carità! L’anno scorso ci è andata mia cugina, quando è tornata a Sparta era più stressata di prima … Troppa gente, troppi turisti… No!”

Socrate  : “Purtroppo sono nelle mani di mia moglie”

Agente  : “ Allora che ne dite di Creta?”

Santippe : “Ho sentito dire che è molto cara… Ora che c’è l’euro, poi … Chissà che prezzi!”

Agente  : “Uhm.. E puntare sull’estero? Magari l’Italia o la Croazia?”

Santippe: “Beh… C’è il problema della lingua, mio marito non ha mai voluto imparare l’inglese, è troppo attaccato ad Atene… Io avevo cominciato un corso, ma poi, dovendo mandare avanti la casa, non ho più fatto in tempo a frequentarlo.”

Agente (ormai esausto): “ Sentite… Io vi lascio dei cataloghi e, se trovate una meta a voi gradita, fatemi sapere… Ecco il mio biglietto!”

Santippe: “Grazie, Le faremo sapere al più presto, perché quest’anno voglio partire… Cascasse il Pantheon!”

 

Tornati a casa: Socrate riprende la lettura del suo libro, Santippe sfoglia i cataloghi …

 

Socrate  : “Allora Santippe, hai trovato un luogo adatto?”

Santippe: “Ancora no… Sto cercando…”

Socrate  : “ Ma perché, mia cara, desideri partire?”
Santippe: “ Voglio partire per trovare luoghi e cose belle da ammirare”

Socrate  : “Ma non ti piace stare ad Atene?”

Santippe: “ Sì che mi piace.”

Socrate  : “E che cos’è per te il bello?”

Santippe: “Beh… Il bello è ciò che mi piace.”

Socrate  : “E Atene ti piace?”
Santippe: “Sì”

Socrate  : “Dunque è bella?”

Santippe (vacillante per le continue domande del marito): “Credo di sì.”

Socrate  : “ E allora perché affannarsi a cercare il bello altrove, se ciò che per te è bello, ti sta davanti?”
Santippe: “Ma io… Cioè, io… Io non lo so, Socrate.”

Socrate  : “Riflettici … Mia cara … Riflettici.”

 

 

 

 

FUGA…SOLITARIA

 

di Federico Jachetti (classe 2ª A)

 

 

(6/07/1893  ore 16:00c.ca)

(suono di un campanello)

 

(qualcuno ha appena suonato alla porta dei Douval, una tipica villa inglese del tardo ‘800 in piena                   Cornwell. Il maggiordomo giunge ad aprire dopo qualche secondo)

A<<Salve James>> (all’aprirsi della porta la scena viene invasa da un suono di pianoforte di mano inesperta)

J<<Buongiorno a lei Mr.Warwick, mai stato così lieto di vederla>> (accennando con il capo verso la sala del pianoforte con un’evidente smorfia di insofferenza) <<Non so cosa gli prenda oggi, ma spero proprio per me che lei debba parlare con il signor Erick>>

A<<Sì infatti, sono qui proprio per questo, e vado anche molto di fretta>> (scosta James con un gesto affrettato ma cortese e si dirige con passo deciso di chi ben conosce la casa verso la musica)

J<<Le sarò per sempre debitore!>> (gli urla dietro quando ormai è già sparito)

 

(sipario)

 

(ambientazione:sala del pianoforte)

(rumore di passi pesanti e affrettati)

(Erick, sta amoreggiando con Gwendaline, figlia di James, causa del cattivo suono del pianoforte, il passo pesante di Albert spaventa i due amanti)

E<<Potrebbe essere tuo padre>> (bisbiglia preoccupato)        

G<<Se ci scopre mi uccide!!>>

E<<Nasconditi qui>> (indica un armadio a destra del pianoforte)

(entra Albert, Erick è di nuovo al pianoforte, e il suono dolce e soave stupisce Albert)

A<<Ciao Erick, vedo che la tua vena artistica è alquanto volubile in questo periodo>> (accennando un sorriso)

E<<Già…>> (arrossisce in evidente imbarazzo) <<Qual buon vento ti porta da me?>> (continua senza staccare le mani dal piano)

A<<buono di vento ne tira poco in questo periodo…è per tua cugina, Meredith>> (Erick stona una nota e si gira evidentemente preoccupato) <<temo mi tradisca>>

E<<E…ne sei sicuro??>>

A<<Anche troppo…>> (lo interrompe James che entra con un vassoio)

J<<Gradite del the signori?>>

A<<Ah…sì grazie James, ne avrei proprio bisogno>>

E<<Per me no>> (risponde scortese, poi si alza e incomincia a girare nervosamente per la stanza, intanto James versa il the) <<e perché sei venuto proprio qui??>> (chiede impaziente dopo qualche secondo)

A<<Perché -sorseggia il the- perché so che di te mi posso fidare>> (Erick sospira di sollievo e sorride ) <<e perché vorrei che mi aiutassi a scoprire la verità>>

E<<Certo che di me ti puoi…>>

(rientra James)

J<<Signori, c’è la signorina Meredith, cosa devo dire?>> (Erick sbianca)

A<<Oh no!Non può trovarmi qua…le ho detto che andavo al club!>>

E<<Tu nasconditi qui –indica un armadio a sinistra del pianoforte- mentre tu James porta via questa roba e poi introducila pure>> (indicando il vassoio con il the)

(James esce e rientra con Meredith)

J<<La signorina Wollenstein>> (e la introduce)   

E<<Cugina cara, cosa ti porta fin qui??>> (con voce tremolante, esce James)

M<<Oh, amore mio, finiamola con questa sceneggiata della cugina, se ne è andato, non ci sente più ormai>> (e lo bacia, lui si ritrae con aria sorpresa)

E<<Ma cuginetta cara, non capisco>> (inizia a sudare)

M<<Dai, smettila di prendermi in giro, piuttosto, dobbiamo muoverci ad organizzare la nostra fuga, quello stolto di Albert sta iniziando a sospettare qualcosa..e poi non vedo l’ora di passare un po’ di tempo io e te da soli>> (lo bacia di nuovo)

(entra James, ed escono Albert e Gwendaline)

J<<Qualcuno gradisce del…>> (lascia cadere il vassoio alla vista di sua figlia mezza nuda)

A<<Allora sei tu maledetto!>>

(le voci si sovrappongono)

M<<Albert?! E quella chi è?>>

G<<No…chi è lei?!>>

J<<Come ha potuto signor Douval?!?!>>

M<<Erick…esigo una spiegazione!!>>

In coro<<Anch’io!>>

E<<Ecco veramente…>> (balbettando si avvicina lentamente alla porta e scappa, Albert prova ad inseguirlo ma viene fermato da James)

J<<E’ inutile…è più veloce di tutti noi>> (sospirando) <<Maledetto…non servirò in questa casa un secondo di più>> (Albert copre Gwendaline con la sua giacca)

M<<E adesso?>>

A<<Tu a casa mia non ci torni più, prendi le tue cose e vattene per sempre>>

J<<Se vuole posso ospitarla io per qualche tempo, ho un appartamento in centro a Londra, lo spazio non è molto, ma ci stringeremo>>

M<<Ah..le sarei infinitamente grata>> (lo abbraccia)

G<<Ma papà..e io?>>

A<<Lei può venire a stare da me..almeno per un po’..ovviamente se suo padre è d’accordo>>

J<<Ma certamente>> (si avvicina all’orecchio di Albert e sussurra) <<Le avevo detto che le sarei stato debitore e poi fa comodo anche a me>> (ammicca verso Meredith)

(i due si mettono a ridere, le ragazze si abbracciano, poi le due nuove coppie si baciano)

 

(sipario)

 

 

 

DALL’INFERNO NON SI RITORNA

di Tommaso Trinchera (classe 2ª F)

 

La scena si svolge all’interno di una borsa da viaggio. Protagonisti del dialogo gli oggetti contenuti nella borsa suddetta.

Macchina fotografica          (con tono seccato) La trovo una cosa proprio scandalosa! Sarebbe il caso di rivolgersi al Sindacato della Fotografia! È mai possibile che noi si viaggi sempre qui da basso?

Scarpa                   Smettila di lamentarti, è possibile che tu non sappia far altro? Cosa credi? Forse pensi che su, in cabina, le turbolenze non si sentano? Pensi forse che ora riservino un posto passeggero alle macchine fotografiche?

Macchina fotografica          Ah, Ah, spiritosa! Quanto meno, ben incastrati tra una ventiquattrore e uno zainetto, si evitano gli urti con quei valigioni spigolosi, che proprio non riesco a capire con che cosa vengano riempiti…

Scarpa                   Sarà anche come dici tu, ma sai, ad una scarpa come me, cosa vuoi che importi? Ti dirò anzi che un poco mi affascina l’idea di viaggiare (con tono trasognato) libera nell’aria… Io che viaggio sempre schiacciata da un peso terribile sull’asfalto grigio – spesse volte anche tra gli odori più sgradevoli!

Libro             Ecco, ci siamo!

 

Voci fuori campo

 

Hostess        Prego, mi dia il suo documento di viaggio… Ha solo quel bagaglio?

Passeggero    Oh sì, sì certo.

Hostess        Se vuole, dato che le dimensioni e il peso sono limitati, può portarlo con sé come bagaglio a mano…

[Macchina fotografica                  Di’ di sì, di’ di sì…]

Passeggero    Oh, no, no grazie. Preferisco viaggiare libero e senza pesi al seguito; sa, con gli anni che ho e la schiena che mi ritrovo faccio anche una certa fatica.

 

Macchina fotografica          Grazie molte! Egoista, come al solito! A me non pensi mai? Sono vecchia anche io!

Scarpa                   Ecco che ci risiamo…

Macchina fotografica          Ma lo sai che l’ultimo viaggio mi è costato il sistema di autoscatto e la rottura del diaframma? È doloroso quello, sai? Poi non ho mica ricevuto riparazioni speciali: pinza e cacciavite, smontata tutta! Una sofferenza che non ti dico e un’umiliazione, così messa a nudo… Almeno ad un po’ di privacy dovrebbero aver diritto anche le macchine fotografiche, no?

Scarpa                   Io di questi problemi non ne ho: ormai non esiste più chi mi porta dal ciabattino… E meno male che sono una Prada ultimo modello, perché oggigiorno a noi scarpe, quando non siamo più di moda, nessuno porta più rispetto: ci gettano direttamente nel bidone della spazzatura!

Guida del Touring               Sapete che questo per me è il primo viaggio? Sono molto emozionata…

Macchina fotografica          Beh, è un’esperienza che non auguro proprio a nessuno!

Scarpa                   (sottovoce alla Guida del Touring) Non darle troppo ascolto…

Guida del Touring               (alla Macchina fotografica) Ma dici che si sentirà tanto male? Io già adesso sento dei dolori terribili… Quel libro sotto di me, con quella sua copertina spigolosa che penetra nella mia, mi fa un male! Ahi, ahi!

Libro             Cosa hai da lamentarti tu? Pensi che a me faccia piacere sopportare il tuo peso che schiaccia le mie pagine ingiallite e fragili per gli anni che ho? Ti assicuro, poi, che il peggio deve ancora venire! Non è che abbia grande esperienza io, ma il mio unico precedente viaggio è stato un inferno; ancora non mi spiego come sia riuscito a ritornare integro; sentivo nelle mie pagine tutte le lettere che scivolavano e su e giù, e a destra e a sinistra… Una nausea che non ti dico! Allucinante!

Guida del Touring                        Ah, povera me! Io che ero tanto impaziente e desiderosa di fare esperienze nuove… Io che sino ad una settimana fa me ne stavo riposta sullo scaffale di una libreria, oggetto occasionale di curiosità da parte dei clienti… Solo ora comprendo quanto fosse serena la vita di prima.

Libro             (con tono ironico) E chi non vorrebbe tornare un giovane libro in vendita?

Sveglia         (con tono solenne) O miei compagni di sventura, il mio debol parere è questo: è giunta l’ora di prepararsi al peggio. Chi può, cerchi di accaparrarsi un posto avvolto in un asciugamano, o tra una camicia ed un pull-over. A tutti comunque consiglio di star lontani dalla macchina fotografica, che rigida e spigolosa com’è non sarà certo una buona compagnia. Si salvi chi può! Parola di Orologio.

Macchina fotografica          Ahimè, come se non bastasse, mi toccherà fare anche un viaggio in isolamento.

 

Si accende una mischia furibonda, che vede protagonisti tutti gli oggetti contenuti nella borsa, i quali cercano di accaparrarsi i migliori posti. Si sente un rombo, il motore dell’aeroplano che decolla.

 

  

 

  

 

CONCORSO POESIA 2ª EDIZIONE

alla memoria di Riccardo Di Paola

 

 

 

 

         

         1° classificato: Il lubrificante di Chiara Miranda Scherffig, 1ª E

         2° classificato: Equilibrio di Elena Galli, 1ª C

         3° classificato: Ricordo di Ivan Ferrari, 5ª A

         4° classificato: Ricominciare di Irene Belluzzi, 4ª E

         5° classificato: Vuoto di Elena Aleksandrov, 4ª A

      

 

 

La giuria:

 

Ivan Berni

Alessandro Mazzini

Roberta Ulano

 

 

IL LUBRIFICANTE


di Clara Miranda Scherffig

 

 

Soffritto di denti malsani
Zuppa di narrazioni pescivendole
Cassa sintetica di espiazioni notturne
Mi volto e vedo la nullità delle mie parole
Suoni e toni come tuoni tondi da discendenze ebraiche ma sconosciute
Non so da dove viene tutto questa vacuità
Acqua lenta e melliflua che scandisce le onde della luna
Non so da dove venga tutta questa aria fritta
Fritta e rifritta con lo stesso olio consunto:
la noia

 

 

 

                                             

EQUILIBRIO

 

di Elena Galli (classe 1ª C)

 

 

Sottile linea vibrante

l'equilibrio fra la vita di una persona

e le altre

 

Sottile linea che si confonde

fra le pieghe delle cose non dette

si nasconde

 

E non la capisci, non la intuisci

poi lei si spezza

e ti ferisci

 

E' lì, infinita parvenza

così precaria, opprimente, buia

la sua presenza

 

 

 

 

 

RICORDO

 

di Ivan Ferrari (classe 5ª A)

 

Spira lieve il vento saporito sul prato

alto e colorito della radura boschiva,

l’astro nascente nel mattino screziato

dipinge d’argento la fine pioggia estiva.

L’ogiva celeste intonacata di nivei nembi

si regge leggera sopra colonne di legno

che celano vite latenti nei loro grembi:

verdi capitelli dal più perfetto disegno.

Vita che scorre tra le navate del bosco

ti penetra il cuore con il suo richiamo

a un dì senza triste ieri o domani fosco;

non vedi, uomo, l’Eden ch’hai in mano?

Lo senti il ricordo gioioso e sollevante,

dalle tue prime albe ti pulsa in cuore:

viver in una terra ch’è tutta un’amante

dove si avvincono la beltà e l’amore?

I lupi e i morbi anzi tempo estirpasti,

ma né trovi l’attesa pace né sei felice;

all’età di frutti e di serpi siamo rimasti,

ché tanti frutti quante serpi la vita lice.

Ora cerchi risposte, fin nell’abisso cupo

che ti rapì nel ricordo, pei mille diamanti

ed Ecate dai volti di uomo, cavallo e lupo,

dei cui scrutati cerchi facesti credi e canti,

là immani meraviglie ristanno in attesa

di schiudersi ai tuoi occhi con vanità,

ma non ti si daranno, se il ricordo ti pesa;

quel ricordo è il sogno delle prime civiltà,

il ricordo nacque quando l’uomo vide,

per la prima volta, vide quel suo mondo

e sognò un giardino fruttifero che sorride

ad ampi, ameni prati dal terreno fecondo,

un luogo vivo dove ogni cespuglio è casa,

dove ogni uomo è uomo e basta, quieto,

che non suole giudicare ogni uomo o cosa,

ignorante di alcun tipo, parte, ordine, ceto.

L’odio è figlio della vendetta e del terrore:

non rimembrino l’umiliazioni gli umiliati,

riscoprano i vinti l’indulgenza e l’amore,

dimentichino il malessere gli ammalati,

i potenti signori che cercano nel potere

un rifugio sicuro alla loro grande paura

possano trovare in questo nuovo sapere

la redenzione dell’astrusa umana natura.

Tutti scacciando per sempre la pazzia

che non sogniamo la stessa bella radura,

che crearla non è che una strana utopia,

possibile per un’epoca oltremodo futura.

 

 

 

RICOMINCIARE

 

di Irene Belluzzi (classe 4ª E)

 

Che tu possa seguire il tuo sentiero

Di acque rapide dal vento

E possa contenta cantare

Con gli occhi

Nel cuore...

L'amore.

Che tu possa andare

Lontano

Perdendoti dentro al mistero

e sul tuo dubitare non debba cadere mai il vero

Che tu possa essere pace

O errare di luoghi e di gente

Fino al giorno del tutto

Fino al giorno del niente.

Basta però che tu sia,

una piccola traccia sincera

Da perdere

Forse

Alle spalle

Nel buio

La sera..

Ma da crederci ancora

Ogni giorno

Anche un'altra avventura

Senza paura

Di Ricominciare...

 

 

 

VUOTO

 

di Elena Aleksandrov (classe 4ª A)

 

La testa che gira,

la stanza è piena

di cose.

Muti

i colori,

a parlare

c’è solo

la pioggia.

Monotona,

ferma

il pensiero

e lo salva

dalle ore

passate per niente.

 

 

 

 

 

CONCORSO DI TRADUZIONE DAL LATINO 1ª EDIZIONE

 

 

 

1° classificato: Margherita MIGONE DE AMICIS, classe 3ª B

2° classificato: Cesare SANTUS, classe 3ª C

3° classificato: Elisa DIBISCEGLIA, classe 2ª E

4° classificato: Annalisa ACANFORA, classe 3ª C

5° classificato: Giulia Margherita VALLAR, classe 3ª B

 

 

 

E’ stato assegnato il brano di Livio qui sotto riportato, da tradurre in 3 ore.

I concorrenti iscritti (46), appartenenti alle classi 2ª e 3ª liceo [2ªA (1), 3ªA (-), 2ªB (9), 3ªB (6), 2ªC (3), 3ªC (10), 2ªD (-), 3ªD (-), 2ªE (5), 3ªE (5), 2ªF (7)] presentavano i requisiti minimi del 7 come voto finale 2003/04 e del 7 nello scritto allo scrutinio del 1° quadrimestre 2004/05. Hanno sostenuto la prova in 43. La giuria che ha scelto il brano e valutato le traduzioni ha preso all’unanimità tutte le proprie decisioni.

Nessuna traduzione è stata senza “errori”, e la giuria ha deciso pertanto di assegnare i premi, ma di non pubblicare i testi.

 

 

La giuria:

 

Cristina Catardi

Cristina Magnoni

Carlo Marchesi

Antonella Porrà

 

 

 Versione assegnata al concorso di traduzione dal latino:

 

Tito Livio, DOPO L’OCCUPAZIONE GALLICA DI ROMA, CAMILLO PARLA AL POPOLO.

 

Agitantibus tribunis plebem adsiduis contionibus ut relictis ruinis in urbem paratam Veios transmigrarent, in contionem universo senatu prosequente escendit atque ita verba fecit. 

“Adeo mihi acerbae sunt, Quirites, contentiones cum tribunis plebis, ut nec tristissimi exsilii solacium aliud habuerim, quoad Ardeae vixi, quam quod procul ab his certaminibus eram, et ob eadem haec non si miliens senatus consulto populique iussu revocaretis, rediturus unquam fuerim. Nec nunc me ut redirem mea voluntas mutata sed vestra fortuna perpulit; quippe ut in sua sede maneret patria, id agebatur, non ut ego utique in patria essem. Et nunc quiescerem ac tacerem libenter nisi haec quoque pro patria dimicatio esset; cui deesse, quoad vita suppetat, aliis turpe, Camillo etiam nefas est. Quid enim repetimus, quid obsessam ex hostium manibus eripuimus, si reciperatam ipsi deserimus? Et cum victoribus Gallis capta tota urbe Capitolium tamen atque arcem dique et homines Romani tenuerint et habitaverint, victoribus Romanis reciperata urbe arx quoque et Capitolium deseretur et plus vastitatis huic urbi secunda nostra fortuna faciet quam adversa fecit? Equidem si nobis cum urbe simul conditae traditaeque per manus religiones nullae essent, tamen tam evidens numen hac tempestate rebus adfuit Romanis ut omnem neglegentiam divini cultus exemptam hominibus putem. Intuemini enim horum deinceps annorum vel secundas res vel adversas; invenietis omnia prospera evenisse sequentibus deos, adversa spernentibus.”

  

 

 

a cura di Carlo Marchesi

Maggio 2005