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Settimo Premio: Alessandro Fani 3F
LA SERATA STAVA RIUSCENDO, IL PICCOLO ATTICO ERA ORMAI PIENO DI AMICI, CONTENTI DI ESSERE STATI INVITATI A QUELLA CENA FREDDA, MA POCHI SAPEVANO CHE ERA IN ONORE DELL’OSPITE DI PASSAGGIO, IL FILOSOFO GERAR…
… la cena fredda era davvero deliziosa, tutti ci complimentavamo con Louis per la sua insalata di riso e le sue tartine accompagnate da un ottimo vino bianco; sorprendeva soprattutto il fatto che riuscissimo tutti e dieci a stare in quel comodo, ma piccolo attico.
Dico – ci sorprendevamo di fronte a questo – più che altro per la presenza di Nevio, il ragazzo più ingordo e grasso che si sia mai visto, il quale aveva cominciato ad abbuffarsi alle nove e dopo un’ora era ancora lì, in piedi di fronte al tavolo dei rinfreschi intento a ingollare cibo in continuazione e ad occupare con la sua enorme mole più di un terzo dell’intera stanza.
Ma in fin dei conti la serata stava davvero riuscendo; Louis aveva organizzato le cose per bene: cibo, bevande, ospiti, tutti sembravano divertirsi ed essere soddisfatti.
Una cosa però non ci era chiara del tutto; ci sfuggiva il motivo per cui, in tutta fretta, era stata organizzata questa serata.
A dir la verità i motivi per festeggiare erano molti: l’inizio dell’ estate, l’improvviso ritorno dal Messico del nostro amico Terence, la laurea di Luca, ma qualcosa nell’aria ci diceva che l’occasione era davvero particolare e imperdibile e lo strano silenzio di Louis ed il suo tentennare davanti alle nostre sempre più insistenti domande rafforzava le nostre supposizioni.
Nel frattempo il gruppo si era diviso in due, anzi in tre: da una parte, in un angolo della stanza, le ragazze ascoltavano entusiaste Terence, che raccontava del suo lungo viaggio e dall’altra, vicino al divano, io, Louis e altri due discutevamo con Luca della sua tesi di laurea e del lavoro che l’aspettava.
Da solo al centro della stanza, nei pressi del tavolo, se ne stava Nevio, indaffarato nell’ingozzarsi e nell’ascoltare ora gli uni, ora gli altri. Eravamo felici e spensierati, ci stavamo divertendo; era da tanto tempo che non ci ritrovavamo tutti insieme a passare una serata a ridere e scherzare.
Sembrava che fossimo tornati indietro nel tempo al periodo spensierato del liceo, quando ci divertivamo sempre tutti insieme e c’era ancora Valentina.
Già, Valentina, la nostra Valentina, l’elemento più stravagante del nostro gruppo, un vulcano di energia e di gioia, sempre di buonumore.
Era stata prima la mia ragazza, poi quella di Luca, ma non avevamo mai litigato per lei.
Era straordinaria, quando stavamo con lei sembrava che fossimo come sospesi nell’aria.
Inspiegabile come se ne potesse essere andata così, senza preavviso, senza dire nulla, senza dare spiegazioni.
Avevamo appreso la notizia la mattina dopo da Louis: "Valentina è morta, si è suicidata".
Eravamo tutti insieme in vacanza a Sanremo, avevamo appena trascorso una magnifica serata in discoteca, nessuno se lo poteva aspettare.
La polizia ci disse soltanto che era morta annegata.
Il corpo non fu mai trovato.
Disperazione, tremendo dolore e senso di colpa per non averlo capito in tempo, per non essere riusciti a salvarla.
Soltanto Louis se ne era fatto subito una ragione, forse perché lei si confidava con lui, ed era per questo che non lo avevamo mai perdonato: perché non l’aveva fermata.
Dopo quel terribile giorno le nostre strade si erano divise, ci eravamo tutti persi di vista: il dolore era troppo forte.
Ma ormai, a distanza di nove anni, sembrava che tutti l’avessimo dimenticata e questa serata ne era la dimostrazione.
Forse è vero che il tempo lenisce il dolore, che col tempo tutto si dimentica…
Improvvisamente squillò il telefono di Louis che rispose prontamente, facendo un largo sorriso emozionandosi tutto d’un tratto.
Finita la chiamata si alzò in piedi, si schiarì la voce con due colpi di tosse e ci disse che aveva una sorpresa per noi, un ospite inatteso, che aveva conosciuto anni addietro durante un viaggio.
Fece solo in tempo a dirci che era un filosofo e che si chiamava Gerar e subito sentimmo bussare alla porta al piano di sotto.
Era Gerar, Louis corse ad aprirgli e ce lo presentò subito.
Era un uomo bellissimo, dai capelli lunghi e lineamenti femminili, così affascinante che tutte le ragazze del nostro gruppo non persero tempo e subito, circondandolo, iniziarono a parlare con lui.
Gerar pareva imbarazzato, ma si capiva che si stava divertendo.
Sembrava che avesse un feeling naturale con tutti noi, come se ci avesse conosciuto da sempre.
Ci parlò della sua permanenza in Brasile durata nove anni, ma il suo racconto si interrompeva di tanto in tanto, perché era Louis a fermarlo, quasi per portarlo su altri argomenti, lanciandogli continue occhiate, come se volesse indurlo a dire qualcosa di importante, di sconvolgente, probabilmente il motivo per cui era stato invitato e per cui era stata organizzata la serata.
Ma Gerar sembrò non farci caso e continuò a parlare fin quando, ormai sul tardi, tutta la compagnia decise di andarsene.
Tutti uscimmo, solo Gerar rimase con Louis col pretesto di aiutarlo a mettere a posto l’attico.
Io ero rimasto da solo sul pianerottolo ad aspettare l’ascensore e non potei non ascoltare le parole che Gerar disse in lacrime a Louis non appena questi chiuse la porta: "Non potevo" singhiozzava"non ho avuto il coraggio, non ci sono riuscita".
Dopo quella sera nessuno di noi vide più Gerar.