ENNIO FLAIANO

Tutti in piedi

La serata stava riuscendo, il piccolo attico era ormai pieno di amici, contenti di essere stati invitati a quella cena fredda, ma pochi sapevano che era in onore dell'ospite di passaggio, il filosofo Gerar. Era costui un gentiluomo canuto e alto, il vedersi però in mezzo a tante belle donne lo rendeva ora prodigo di una vivacità forse troppo implacabile per quella riunione: aveva la risposta sempre arguta e, per un'abitudine ai suoi classici, costruita spesso come un alessandrino. Raccontava storie di colleghi, aspettandosi scoppi di risa alle battute finali, che preparava sornionamente; e una bisognò tradurla due volte perché il primo volenteroso traduttore non l'aveva capita nemmeno lui: infatti, era in latino.

Comunque il buffet era fastoso e, dopo la prima confusione, gli ospiti si erano appollaiati variamente sui divani, sulle poltrone, ognuno col suo piatto sulle ginocchia, il bicchiere sul pavimento e il pane nel taschino. Anche la stanza da letto della padrona di casa era piena di gente che mangiava distesa sul letto o seduta per terra: costoro erano gli intimi. I giovani s'erano invece riuniti nell'ingresso e controllavano il movimento dei liquori, cercando di stabilire una losca complicità col cameriere chiamato di rinforzo. Altri invitati, i più prudenti, mangiavano in piedi davanti alle consolles o sui ripiani del termosifone, faccia al muro, in una pensosa solitudine da cavalli.

La padrona di casa scivolava smagliante tra un gruppo e l'altro, controllando che tutti avessero un piatto. Ne riceveva in compenso grandi sorrisi a bocca piena, smorfie di profonda soddisfazione, inchini trattenuti, baci rapidi e confidenziali sulle braccia, abbozzi di conversazione.

"Lei non ha champagne?"

"Sì, certo, signora. Dove l'ho messo? Ah, eccolo."

Quando la padrona di casa tornò al divano dove aveva sistemato Gerar e gli ospiti che ella stimava capaci di sostenere la sua conversazione, tutti stavano parlando del Destino dell'Uomo. Capozzi sosteneva che questo era un argomento da conferenza, inesauribile e che lasciava ognuno del proprio parere. Topini era convinto che lo sforzo degli intellettuali doveva essere di chiarire questa loro posizione umanistica nei confronti del mondo moderno. Gerar cominciò con un "Se ho ben capito...", continuò dividendo il suo discorso in tre punti e concluse affermando che il disagio attuale dell'Uomo è di non sentirsi più egli al centro della Creazione e che bisognava confortare l'Uomo di questo spostamento. E come? Gerar chiuse gli occhi e disse: "Invitandolo alla Meditazione".

Ci fu un breve silenzio, tutti ripresero a mangiare, qualcuno approvò cortesemente. Anche la padrona di casa approvò. Era sfinita dalla tensione di un giorno di preparativi ma ora m quel gaio disordine, negli scoppi di risa, in quella ressa soffocante sentiva il calore, il profumo di una serata riuscita.

"Allora, meditiamo" disse improvvisamente Capozzi e cominciò a ridere, dando un colpo amichevole sulla schiena a Topini, che rise anche lui, protestando ma già connivente.

"Cerchiamo tuttavia di capirci sul significato del mio impegno" disse Gerar, credendo che la discussione continuasse. "Io impegno il mio "Io" verso un fine che annulla il mio "Io"? No, grazie, questo è suicidio."

"Non sarebbe un guaio" disse Capozzi, sorridendo a Topini.

"E suicidio!" affermò la padrona di casa guardando severamente Capozzi.

"Ora" continuò Gerar "ammettiamo che il fine ultimo dell'umanità sia il suicidio collettivo, come voleva Schopenhauer. Io credo che il nostro impegno sia appunto di impedire questa tremenda soluzione. Se vogliamo continuare a parlare di suicidio, bene, che sia Suicidio Vitale." E si guardò attorno, soddisfatto.

"Lei sposta la questione" disse Capozzi sbuffando e senza guardare Gerar, quasi che la sua vista lo indisponesse.

"Io?" disse sorpreso Gerar.

"Sì, lei" rispose Capozzi." Poi, con uno scatto di infantile allegria si volse a Topini e gli fece il solletico a un fianco, gridando: "Mangione!".

"Il solletico! No! Smettila!" urlò Topini. "Mi fai cadere il piatto!"

Gerar si guardava ancora attorno, con l'aria di chiedere un'ovvia risposta agli altri, per estrema civetteria. Perché, di grazia, lo accusavano di spostare la questione? Ma in quel momento sopraggiunse la signora Cocconi. Era molto affannata e si volse alla padrona di casa dicendole se poteva andare con lei un momento di là. Le sentimmo parlottare. La padrona di casa ebbe una smorfia di disappunto e, preceduta dalla signora Cocconi, la vedemmo veleggiare verso il corridoio e qui sparire nel bagno.

"Che diavolo sarà successo?" disse Capozzi. Era molto inquieto, si levò lasciando sul tappeto il suo piatto ancora colmo e si allontanò verso un gruppo di giovani signore che stavano ridendo clamorosamente. Forse raccontavano storielle. Nel vano della porta apparve una cameriera cercando con gli occhi qualcuno. Cercava l'ingegner Rizzuti. Era certo successo qualcosa di grave perché l'ingegnere, amico della padrona di casa, era anche la persona più seria della riunione.

Attorno a Gerar la conversazione riprese stanca. Si parlò di rapporti culturali, di bellezze naturali e infine di pittura moderna, ma il pensiero di tutti era altrove, là, nell'anticamera e nei servizi, dove era successo qualcosa, che già inquinava la serata e teneva tutti in una spiacevole attesa.

"La pittura come atto umano, tornerà fatalmente all'Uomo" concluse Gerar.

"Lo credo anch'io" disse una signora. "Così non può continuare."

Fu a questo punto che Topini mise un piede nel piatto lasciato a terra da Capozzi e se ne andò nell'anticamera, saltellando sull'altro piede per non sporcare i tappeti. Voleva pulirsi le scarpe e avrebbe anche saputo che cosa era successo. Gerar continuò a becchettare con la sua forchetta nel piatto, con gesti precisi di gallina, sorridendo e parlando ai superstiti che l'attorniavano.

"Conoscete Daniel Rops?" domandò. Voleva raccontare un aneddoto. Ma fu interrotto da Topini, che tornò per dare la notizia di quel che era successo. Di là, nel bagno, era successo che la signora Cocconi, per lavarsi le mani s'era tolto un brillante dal dito e il brillante era caduto, rimbalzando nel lavabo, e ora non si trovava più.

"Non si trova più?" ripeté una signora.

"Sparito. Lei dice che vale dieci milioni."

"Io vado a vedere" disse la signora alzandosi.

Gerar taceva pensoso, ma sorridente. Di colpo ripeté: "Conoscete Daniel Rops?" e quando tutti, un po' sorpresi ormai della sua tenacia, ebbero assentito, continuò dicendo che, bene, Daniel Rops aveva guadagnato molti milioni scrivendo vite di Gesù e che una sera, essendosi recato da Mauriac con sua moglie, che indossava una pelliccia di petit-gris, Mauriac lisciando la pelliccia della signora Rops aveva detto: "Oh, voilà du petit-Jésus!".

Tutti risero cortesemente, eccetto Topini, che pensieroso disse: "Io ho il sospetto che il brillante sia caduto nel...". Stava per completare la frase, ma si trattenne e guardò gli altri sillabando a vuoto la parola gabinetto.

"Un po' di dolce? Chi vuole dolce?" domandò una signora portando con civetteria da soubrette un vassoio di piatti colmi di un dolce tremolante. Illuminandosi in viso come un bambino buono, Gerar esclamò: "De la tarte a l'orange? C'est toute l'Italie!".

Era soddisfatto del suo alessandrino, ma nel prendere il piatto non seppe tenerlo e se lo rovesciò sullo sparato. C'era proprio qualcosa che non andava quella sera, una diffusa e ironica maledizione negli oggetti, che tramutava tutto in una farsa da circo equestre. Topini fu quasi per soffocare dalle risa; poi, per farsi perdonare divenne serissimo e accompagnò lui stesso Gerar verso il bagno, dicendo: "Non è niente, lo laviamo subito". Altri si accodarono, e, nel bagno, videro che la signora Cocconi era ormai ai ferri corti con la padrona di casa. Entrambe accaldate, discutevano fermamente, rivelando voci dure e sino ad allora insospettate. La cameriera e l'ingegner Rizzuti erano in ginocchio accanto al gabinetto e scrutavano. La cameriera diceva: "Mamma mia! E come si fa?" e stava per piangere. L'ingegner Rizzuti si levò, spolverandosi i pantaloni e annunciò il verdetto: "E certamente rimasto nel gomito. Bisogna smontare tutto".

"Ma è chiaro. Non c'è altro da fare!" insisteva la signora Cocconi.

"Sarai scema!" ribatteva la padrona di casa. "Adesso, vuoi smontarlo? Se ne parla domani."

"Non vorrai che lasci dieci milioni nel tuo buco, eh, per caso? Chi mi garantisce?"

"Prima di tutto abbassa il prezzo" ribatté la padrona di casa. "Poi, potevi fare a meno di buttarcelo!" Ma, volgendosi vide lo strano gruppetto sulla soglia del bagno e tentò di cambiar voce: "Oh, voi qui?" disse gorgogliando.

"La tarta all'arancio!" esclamò desolato Gerar allargando le braccia. Non si aspettava un tiro simile dall'arancio, il dorato frutto, simbolo dei suoi amori mediterranei, emblema della sua filosofia.

"Usciamo!" propose allora la padrona di casa, lieta del diversivo. "Usciamo e torniamo tutti di là, Gerar deve lavarsi."

"Io non esco un accidente" disse la Cocconi.

"Non esci?" La padrona di casa inarcava le sopracciglia in un tentativo elegante di stupore, come se l'idea della sua ospite, di voler restare chiusa nel bagno con Gerar, le sembrasse bizzarra ma divertente. "Ma perché, cara?"

"Se questo mi vuota il sifone" disse la signora Cocconi indicando Gerar "io ho bell'e perso il mio brillante. Mandalo nel bagno di servizio. Qui io e l'ingegnere dobbiamo lavorare."

"A quest'ora sarà difficile trovare un idraulico" disse l'ingegnere.

"Ma non possiamo farlo noi? Che ci vuole?" disse la signora Cocconi.

Ci fu uno scoppio di risa, nella platea; e il corridoio era ormai pieno di gente che voleva vedere. La padrona di casa, sconvolta, si appoggiò al lavabo, di colpo furiosamente si riprese e cominciò a spingere tutti fuori dal bagno: "Via! Via!" gemeva quasi volesse impedire a tutti la vista di quella deplorevole fine di serata. "Via, torniamo di là, conversiamo!"

"Io non esco, io dormo qui" disse la signora Cocconi; e, per dare più forza alla sua decisione, sedette sull'orlo della vasca da bagno, guardando pensosa l'imperscrutabile gomito che racchiudeva la sua fortuna.

"Era quasi bella, nel suo dolore" disse più tardi Topini.