Primo Premio: Diana Barbara Perra, 2° E

Caviale nero

La serata stava riuscendo, il piccolo attico era ormai pieno di amici, contenti di essere stati invitati a quella cena fredda, ma pochi sapevano che era in onore dell’ospite di passaggio, il filosofo Gerar. Una trentina di invitati della Milano bene orbitavano intorno al ricco buffet, che avevo ordinato da Peck, tentando di nascondere un nervosismo dettato più che altro dalla presenza annunciata di un ospite sconosciuto. Gerar, semisdraiato su una dormeuse, osservava placidamente gli ospiti, con occhi da rettile.

"Caro Gerar!-esclamai col mio accento toscano, appena mitigato da tanti anni di permanenza a Milano- Caro Gerar! Desidera qualcosa da quel buffet?". "Beatrice, mia cara, la prego, solo del caviale nero. Mais me lo porti sguarnito, e su un piattino bianco". "D’accordo…".

Scavalcai sorridendo la piccola folla assiepata davanti al tavolo, distraendola con qualche chiacchiera sull’eccezionale bravura del nostro sassofonista, che spandeva note di melassa mezzo celato dai benjamin– il mio orgoglio di pollice verde– e conquistai una cucchiaiata dell’agognato caviale. Ne era rimasto solo di rosso. Tornai dal mio amico con un gran sorriso: "E mi dica, come proseguono i suoi studi in Francia?". "Ah, la France…una noia…Ma che cos’è questa cosa?!? E’ orrendamente rosso, mais io le avevo domandato esplicitamente del caviale nero!". La sua donna, una modella troppo giovane per lui, e troppo alta, e con un abito troppo corto, mosse nervosamente una gamba e lo guardò storto da sotto le lunghe ciglia ricoperte di mascara verde rame, rimproverandolo per il tono maleducato. Era svedese, ma se avesse conosciuto una sola parola di francese o di italiano non gli avrebbe risparmiato una scenata. Una sua occhiata, con quel trucco spaventoso, fu più che sufficiente.

"Mi dispiace, Gerar, quello nero è terminato"- dissi con una punta di sconcerto. Con quegli strepiti aveva attirato gli altri invitati, che lo osservavano incuriositi. Sforzando la sua immaginazione, Gerar rispose: "Ebbene, non si dia pena, Beatrice! Se sul buffet non c’è più caviale nero, qualcuno ne avrà ancora un po’ nel piatto, no?". Un banchiere, mio amico d’infanzia, venne meno alla sua proverbiale avarizia e si fece avanti.

"Mi dia un uovò solo, signore. Uno solo".

Un puntino nero – infinitesimale macchia nel piatto – sembrava galleggiare sulla ceramica bianca. Il setter irlandese della modella, Tato, cercò di allungarvi sopra una lappata, ma il suo tentativo gli valse solo una tirata di guinzaglio.

Il filosofo pose il piatto a terra, sul parquet di ciliegio. Il silenzio era rotto solo dalla musica, che trascolorava pallidamente nell’aria. I capelli e le sopracciglia di Gerar splendevano come gelida brina sotto il lampadario di ferro battuto che avevo accostato ai mobili antichi e ai preziosi quadri rinascimentali dell’attico.

"Guardate questo minuscolo uovò, in questo piatto bianco". L’inflessione delle sue parole era marcatamente francese, il tono era piano, il ritmo era lento, e pareva attardarsi anche su quello del sassofono, languido e strascicato. I volti informi e tutti uguali degli ospiti impallidirono per la solennità del momento, mentre lo sciocco marito della mia vicina di casa rideva e batteva le mani, in tutto e per tutto simile a una foca da circo obesa, convinto di aver finalmente trovato qualcosa che lo divertisse e che lo distogliesse dalla noia del suo mestiere.

"Questa cosa così piccola è capace di inghiottire tutta la luce che la colpisce. Soltanto perché è nera. Capite? Non le importa quanto bianco sia il piatto". Una nota interrogativa interruppe il costante lamento del sax.

"Immaginate che un uomo molto ricco una mattina si svegli con un’idea terribile. Un uomo a cui piacciano le uova di storione, un uomo incosciente, senz’anima!- e lo disse con rabbia, ed enfasi particolare, tanto che le sopracciglia gli si contrassero violentemente- Immaginate che quest’uomo finanzi dei laboratori di ingegneria genetica perché modifichino il Dna degli storioni, di modo che una sola femmina produca chili e chili di uova al giorno, e a costi minimi. Tanto minimi da permettere di sfamare l’intera Africa per una settimana con il mio stipendio mensile. Quest’uomo si farà prendere la mano. Riempirà i fiumi di orrendi storioni, credendosi il benefattore dell’umanità!".

"Immaginatevi le folli quantità di uova nere- gemme di vita e di morte- che inonderanno le terre emerse, fino a sommergerle, fino a quando avranno conquistato il totale dominio sulla luce. Da queste uova puzzolenti nasceranno milioni di putridi storioni, e il mondo stesso verrà consumato dalle loro ruvide scaglie".

Si zittì, e rise. La mia vicina cacciò un urlo acuto. E Gerar le sorrise sornione: "Signori, sono un filosofo. Non dovete prendermi troppo sul serio. La parole a été donnée à l’homme pour cacher sa pensée".